Bravo Trump, nessuna reverenza ai giornalisti

Caro Granzotto, la sua visione di Donald Trump che come San Giorgio «infilza» il drago della politicaly correctness è gustosa, ma come la mette adesso che infilza anche voi giornalisti? Non le sarà mancata la polemica con la giornalista di Fox News, Megyn Kelly, «non una bambolona perché definirla così sarebbe politicamente scorretto, ma un peso leggero come giornalista» e il rifiuto di partecipare a un dibattito televisivo dove la bambolona non-si-dice faceva da moderatrice.Enzo Proiettie-mailCome la metto, caro Proietti? La metto che Trump mi piace sempre di più. Nei panni del san Giorgio ti va infatti ad infilzare non tanto la categoria dei giornalisti alla quale mi compiaccio di appartenere. Ma la visione sacrale, reverenziale del giornalismo che il giornalismo medesimo ha finito per imporre. E che scaturisce dalla smodata opinione che il Giornalista Collettivo o Civile ha di sé e dei propri meriti (si chiama presunzione) e dall'altrettanto smodata stima del proprio valore, ciò che si traduce in un atteggiamento di superiorità nei confronti di chi, tapino, non è iscritto all'Albo (chiamasi, questa, superbia). Per cui ogni appunto, ogni critica, ogni giudizio negativo è subito interpretato come attacco alla libertà e alla indipendenza della stampa, cartacea o meno. Esemplare a tal proposito la reazione di Fox News al «con quella a far da moderatrice non partecipo al dibattito» detto da Donald Trump. «Non ci facciamo dettare domande o condizioni» è stata la megalomane e sostanzialmente fessa risposta, quando bastava un: «Come crede». Trump non è nato ieri. Non ignorava che le reazioni al suo gesto sarebbero state di quel tenore. Non ignorava che pubblicamente riducendo la professionalità della Kelly a robetta avrebbe fatto uno sberleffo alla visione sacrale dell'informazione e al tritume retorico che la circonda («Un attacco alla stampa mai vista prima», se ne è uscito quel sòla di Obama). E ci ha dato dentro. Trump for president.