Brecht rivisitato al Piccolo con le «Visioni di Galileo»

Il regista Maximilian Mazzotta fa rivivere la «Vita» allo Studio

Igor Principe

Paolo Grassi lo definì «lo spettacolo più impegnativo del Piccolo Teatro in questa stagione». La stagione era quella di quarantacinque anni fa, 1962-63, e lo spettacolo era Vita di Galileo. Testo, Bertolt Brecht; regia, Giorgio Strehler. In scena, tra gli altri, il grande - anche fisicamente - Tino Buazzelli.
L'impegno non fu solo economico, aspetto con cui Grassi faceva i conti giorno per giorno. Più di tutto, si trattava di ingaggiare una sfida con un corpus intellettuale in cui indagine scientifica, conformismi, grida di libertà, silenzi e abiure si fondevano in un magma bollente e affascinante. Sfida che il Piccolo vinse, facendo della Vita (replicato solo nella stagione successiva) una pietra miliare della sua storia.
Nel cinquantesimo della morte di Brecht, quell'avventura viene riproposta con vesti nuove, pensate da un ex allievo della scuola di teatro fondata da Strehler: Maximilian Mazzotta. È lui che ha concepito e diretto Visioni di Galileo, in scena al teatro Studio dal 9 al 18 febbraio.
«È un lavoro corale fondato su un parallelismo - spiega -: così come i pianeti girano intorno al Sole, descrivendo orbite ordinate e allo stesso tempo bizzarre, allo stesso modo scene e personaggi del testo ruotano intorno al mondo interiore di Galileo. È un mondo affascinante, in piena evoluzione, elemento che ho cercato di rappresentare attraverso lo scorrere del tempo nell'arco di una giornata».
Ventiquattr'ore in cui è racchiusa la maturazione dello scienziato, interiormente bimbo al mattino e anziano di sera, momento in cui la verità - quella verità - sarà confermata dall'evidenza empirica ma negata dai guardiani dell'ordine costituito. Un tempo ridotto, rispetto a quello lungo il quale si snoda la Vita di Brecht, di cui questo lavoro è una riduzione.
«Spero che i puristi non storcano il naso davanti a uno spettacolo con cui intendo soprattutto parlare ai giovani - dice Mazzotta -. Mi premeva non solo raccontare Galileo, la sua battaglia e i temi che vi sono legati, ma anche far capire chi fosse Bertolt Brecht e la sua idea di teatro. Mantenere, insomma, il senso del lavoro originario in un'esposizione diversa: Brecht ha raccontato l'uomo Galileo, io mi concentro di più sui ricordi, sulle sue paure, sulle visioni che ispirano il titolo».
Teatro per i giovani, dunque. E fatto da giovani: alcuni degli attori - tredici - sono allievi della scuola del Piccolo, altri sono alle loro prime esperienze sulla scena dopo qualche collaborazione con l'associazione Libero Teatro di Cosenza, di cui Mazzotta è direttore. «Lavorare con attori così freschi e reattivi è stato emozionante - racconta -. Abbiamo analizzato entrambe le figure, e devo dire che Galileo è stato uno scoglio per tutti. Com'era ovvio: per un attore è certamente più facile indagare Brecht che uno scienziato. Ma ciò non porti a facili conclusioni: l'autore tedesco è tra quegli intellettuali che hanno sudato sette camicie sulla strada della sperimentazione. In questo, era davvero un Galileo del teatro».
Nelle parole di Mazzotta ritorna l'elemento di maggior fascino di entrambi gli spettacoli: la possibilità di mettere a confronto due tra i massimi pensatori della storia e il loro metodo. Che poi è la capacità di osservare, di scrutare tra le cose e di costruire un gioco di rimandi tra scienza e teatro. «Entrambi si pongono la stessa domanda - conclude Mazzotta -: chi siamo, da dove veniamo, dove stiamo andando. Brecht per il teatro, Galileo per la scienza. La risposta illumina la strada per tutti».
Dedicato al drammaturgo tedesco è anche l'incontro in programma oggi alle 17.30 alla Scatola Magica del teatro Strehler. Si parlerà dell'Opera da tre soldi, che Strehler mise in scena il 10 febbraio di cinquant'anni fa. Curato da Stella Casiraghi, l'appuntamento ricostruisce le giornate di Brecht a Milano in quel lontano 1956.