La Breillat e la Argento: i veri maschi siamo noi donne

Presentato «Une vielle maîtresse», triangolo di passione tra un dandy, l’amante e una giovane casta

nostro inviato a Cannes

Il giorno in cui qualcuno si deciderà a utilizzare sullo schermo il lato solare e allegro di Asia Argento e non quello gotico e un po' funereo che l'ha imposta, ma anche limitata, avremo una brava attrice internazionale in più, un simbolo di trasgressione in meno. Ne guadagneranno il cinema, gli spettatori, lei stessa.
Nell'attesa Cannes festeggia per la terza volta nella medesima rassegna questa trentenne figlia d'arte, prostituta assassina in Boarding Gate di Olivier Assayas, spogliarellista in Go Go Tales di Abel Ferrara e ora amante insaziabile, disinibita e disperata in Une vieille maîtresse di Catherine Breillat.
I capelli raccolti, l'abito bianco ed elegante da ragazza bene, il trucco discreto, l'Argento siede a fianco di Catherine Breillat, già regista del sesso estremo e ora alle prese con una storia d'amore-passione fra le più classiche, tratta dall'omonimo racconto di Barbey d'Aurevilly, un maestro dell'Ottocento il cui coté aristocratico e antidemocratico, unito al disprezzo per il secolo dei Lumi, gli valse l'ostracismo letterario dei critici del Novecento. «Catherine mi fa un po' paura» confessa Asia. «È l'unica persona che conosco ad avere un carattere più forte del mio! Mi piace il suo cinema, avevo già voglia di lavorare con lei, mi appassionava la storia che voleva mettere in scena, un amore ideale, istintivo, un fantasma assoluto, una femmina eterna e tuttavia unica. Anche a me è capitato, una sola volta, di amare in quel modo, e quindi ne conosco i sintomi e le sofferenze, il senso di possesso, il terrore dell'abbandono. Mi ci sono gettata a capofitto, senza più preoccuparmi di niente».
Une vieille maîtresse racconta il ménage fra Madame Vellini, spagnola d'origine e già sposata con un lord inglese, e Ryno de Marigny, nobile francese con la fama di grande libertino. Ciò che li unisce è un senso di unicità e di disprezzo verso il mondo e le convenzioni sociali, ciò che li separa è l'amore come eterna, reciproca sopraffazione. Quando Marigny decide di sposare la giovane e casta Hermangarde, come una lupa la Vellini si getterà alla riconquista dell'antico amante.
«Sì mi sento un po' una lupa» ammette ridendo Asia Argento. Ma prima la Breillat l'ha definita «una pantera sessuale e maschile. La bellezza di Marigny è una bellezza femminile senza essere effeminata e io volevo che questo contrasto fosse evidente. Ma il ruolo di Asia è anche quello di una donna che amando da femmina non riesce ad avere quel distacco algido da dandy, proprio al suo amante e tipico comunque del sesso maschile. Nel gioco delle apparenze la sua forza può sembrare maggiore, ma lei sa bene che non è così».
Sulla trasgressione l'Argento e la Breillat hanno idee simili anche se non convergenti. «Recitare significa vivere in un universo parallelo» dice la prima. «Puoi fare tutto, essere libera senza per questo aver paura della libertà». Ovvero, completa la seconda, «l'artista trasgressivo è una sciocchezza, perché un artista non può avere o imporsi dei limiti. È la società semmai a doversi caricare di questo compito. È più corretto definirlo un sovversivo, cosa che lo rende più inquietante ma anche più interessante».
Curato nei particolari d'epoca, tessuti, vasellame, ambienti, ma volutamente infedele, specie nel personaggio di Asia Argento, vestita più da sciantosa che da amante al tempo della restaurazione, Une vieille maîtresse corre pericolosamente sul crinale del kitsch quando non ci sprofonda: un eccesso di orientalismo, di sangue, di voluttà, di grida e di morte. «Ma il romanticismo è eccesso» puntualizza la Breillat: «passioni brucianti, dolori incredibili, senza però che ci sia perversità. Al contrario c'è una purezza di cuori, un voler vivere sino in fondo ciò che si sente. C'è una frase nel film, detta a proposito di Ryno de Marigny, del suo modo di comportarsi, del suo essere l'ultimo campione di un'aristocrazia che si prepara a passare la mano alla borghesia e quindi al culto del consenso: “Se diventa ministro farà di tutto per essere impopolare”. Mi ci ritrovo molto».