Brema-Genova paragone impietoso con tanta malinconia

(...) dicono con i loro comportamenti che un altro calcio e un altro modo di fare il calciatore sono possibili. Penso, innanzitutto, a Daniele Gastaldello, uno che in questo momento è fra i migliori centrali difensivi italiani, uno che meriterebbe davvero (lui sì) la nazionale, ma che non per questo se la tira nemmeno un po’: educatissimo, perbene, sorridente, timido e dolce nei suoi modi di fare. Un signore, oltre che un signor giocatore.
E poi Massimo Volta, la più bella sorpresa di una sera di brutte sorprese di Mimmo Di Carlo, passato direttamente dalla serie B alla Champions League, tutto in una notte. Certo, era emozionato. Certo, deve crescere in personalità. Ma il ragazzo c’è, l’uomo pure, educato e perbene pure lui.
E ancora Reto Ziegler, uno che ha giocato (e anche bene) ai mondiali, uno che ha battuto (e anche bene) la Spagna campione, ma uno che resta Ziegler. Molto svizzero, molto sulle sue, molto educato.
Così come Stefano Guberti, tornato da Roma così come era partito per Roma: umile, tranquillo e, nonostante questo, migliore in campo. Uno che ci ha creduto fino all’ultimo, lottando «con le palle» su tutte le palle, dando torto all’allenatore che l’aveva tenuto inspiegabilmente in panchina.
E infine Fernando Tissone, silenzioso, ma che sfoderava dopo la partita un sorriso contemporaneamente amarissimo e di una dolcezza infinita. Un altro che c’è. In mezzo al campo e non solo.
Insomma, una squadra sulla misura dei suoi dirigenti: dalla «famiglia» (ottimo l’ingresso nella società di Vittorio Garrone, ne parleremo domani) a Sergio Gasparin, il nuovo direttore che è arrivato alla partita della Nazionale di Londra viaggiando in economy e spostandosi dall’aeroporto allo stadio con il trenino pubblico e non con il taxi. E, se glielo fai notare, ti risponde con la sua cantilena veneta e con il più disarmante dei: «Per essere credibile quando chiedi sacrifici, devi essere il primo a farne, altrimenti sono solo chiacchiere». Chapeau, ancora una volta Duccio ha colto bene dal punto di vista manageriale.
Il resto del taccuino è un concentrato di invidia nei confronti di Brema, città in qualche modo paragonabile a Genova, ma solo nelle dimensioni e nel numero di abitanti: 550mila.
Non nel resto, a partire dall’ordine, dalla disciplina, dalla pulizia, dalla vita, dalla cultura. Certo ci sono, coloriti e un po’ rumorosi (ma, tutto sommato, corretti), i tifosi blucerchiati che si sono impadroniti per due giorni del centro cittadino, ma la bellezza di Brema sta nella fiumana di ragazzi e di ragazzi, di uomini e di donne, che la attraversano e la rendono viva, anche in un giorno infrasettimanale.
Ordinati, puliti, rigorosi. Anche affascinanti, dietro ai capelli biondi di ordinanza e a look che, a tratti, soprattutto nel caso delle donne, sembrano presi di peso dal set di un capolavoro come Le vite degli altri. Ma dal guardaroba degli sguardi escono anche sorrisi bellissimi.
Fanno bene a sorridere, perchè la città è inaspettatamente anche turistica al di là della modica quantità e al netto dei tifosi della Samp, guidati anche da personaggi come il presidente della provincia di Savona e sindaco di Loano Angelo Vaccarezza. Fanno bene a sorridere, perchè per vedere la prima scritta sui muri occorre aspettare il secondo giorno. Fanno bene a sorridere, perchè anche la zona industriale ha pochissimo impatto sulle aree intorno. Fanno bene a sorridere, perchè la mobilità in città è una storia a misura di bicicletta, con piste ciclabili dappertutto, di tram velocissimi e, soprattutto, di rumore azzerato. Fanno bene a sorridere, perchè non c’è una cartaccia per terra. Fanno bene a sorridere, perchè anche le periferie sembrano più vivibili. Fanno bene a sorridere, perchè persino i mendicanti e i tossici, che ci sono, pochi ma ci sono, rispettano gli altri.
Fanno bene a sorridere, perchè non c’è nessuno che pensa che «la città dei diritti» significhi la città del diritto di fare tutto quello che si vuole senza rispettare i diritti degli altri, soprattutto dei più deboli. Quelli veri.
Poi siamo tornati a Genova e, nonostante la bellezza straniante della città più bella del mondo, ci siamo intristiti.
(1- continua)