Brembate, niente parabole e sogni da reality Il viaggio nel dolore silenzioso di un paese

I vicini non vogliono apparire in video e i genitori rinunciano anche alla fiaccolata per la figlia. Microfoni e telecamere restano a distanza. Così si torna a un senso di pace e di rispetto

Bergamo - «Mi creda, non ce la sentiamo proprio di parlare in questo momento». Il diniego sussurrato al citofono dalla signora Maura, la mamma di Yara Gambirasio, è l’ennesimo sipario che cala con delicatezza inesorabile sugli assilli dei cronisti.

Non c’è margine di manovra qui in via Rampinelli, ma non c’è margine di manovra, pur nel chiasso inevitabile che fanno i ragazzi e i genitori che li aspettano, nemmeno al Palazzetto dello Sport dove, venerdì sera, le acrobazie ginniche di quella bambina dal sorriso dolce, sono sfumate nel mistero più fitto. Non c’è margine di manovra nei bar e nei negozi del paese. Nei cento, mille, luoghi deputati che sono stati e saranno sempre, ma in altri luoghi, non qui, le tappe delle ricostruzioni giornalistiche. Doverose, certo, ma anche spesso, troppo spesso, fantasiose ed eclatanti.

Luci di uno show che non si possono accendere semplicemente perché lo show non c’è e quindi nessuno può accendere le luci accecanti sui primi piani del dolore e delle lacrime. Perché qui il dolore, pensate che smacco per chi, in questi anni, ne ha fatto spettacolo, è solo quello che dovrebbe essere sempre: compostezza, dignità, riserbo. Tre schiaffi, uno in fila all’altro sulle facce da bulli di paese che ci siamo abituati a vedere in molti, troppi paesi di questo Paese. Tre pugni nello stomaco anche per chi ha avuto e continua ad avere lo stomaco forte davanti a vittime e carnefici.

Brembate di Sopra, Italia. Brembate di Sopra, settemila persone come Avetrana, Italia. Stessa Italia, solo geograficamente parlando. Si può far carne da macello di tutto e di tutti se non c’è niente e nessuno da macellare? Se la gente continua a passare con la testa bassa e accelera, anziché indugiare per farsi intercettare, quando vede una telecamera, un microfono? Quando ci sono una mamma e un papà, stremati dall’angoscia, di cui non si riesce a catturare nemmeno il volto. Che non fanno appelli strazianti. Che scelgono categoricamente di non entrare in casa nostra a regalarci una lacrima in diretta, come ospiti dell’inevitabile salotto mediatico commentato dagli inevitabili illustri soloni, mentre noi sgranocchiamo le noccioline sprofondati sul divano. No non si può, certo.

E i primi a capire la lezione sono stati proprio gli uomini e le donne della tivù. Esercito che arriva a indugiare sul dramma gridato e spettacolarizzato solo se c’è qualcuno che organizza ad arte lo spettacolo, che si diverte a giocare da primattore o da comparsa al reality di turno, approfittando del dramma dei vicini di casa. Anche se con quei vicini di casa, fino a ieri, non ha, magari, nemmeno scambiato un buongiorno. In fondo che cosa c’è di meglio? Facile imbastire la diretta quando c’è qualcuno che millanta di conoscere e di sapere. Chi vende, con disprezzo per il dolore altrui. Pettegolezzi e infamie. Chi sguazza nel dramma per guadagnarsi un’intervista esclusiva.

Già, ma se non c’è nessuno che vuol fare il primattore o la comparsa? Semplice: non si fa. Si torna tutti nei ranghi con un senso di pace e di rispetto che può far solo che bene.

Tanto gridare allo scandalo per una tv che si è impadronita delle nostre case e delle nostre teste per poi capire che ci sono anche posti come questo dove magari si parlerà in dialetto ma si parla a bassa voce. E renderci conto così che la tv e i giornali si impadroniscono delle nostre case e delle nostre teste solo quando c’è qualcuno che glielo permette. Qui invece c’è un sindaco che ha pensato fin dal primo momento, con un'ordinanza e una pattuglia di vigili fissa, a tener ben distanti dalla casa di Yara i mezzi mobili delle tv e le loro parabole. E chi ieri, nemmeno di persona ma tramite i suoi assessori ha invitato i giornalisti «a svolgere il proprio lavoro col massimo rispetto nei confronti della famiglia, della città, delle scuole e dei luoghi pubblici». Nemmeno la fiaccolata. Nemmeno quella. La volevano fare molti dei ragazzi di Brembate di Sopra. Ma i genitori di Yara ancora una volta hanno sussurrato, questa volta al parroco don Corinno, il loro desiderio: «No grazie, preferiamo una veglia di preghiera». E così sarà. Perché, forse, anche se si cammina sulla neve, si rischia di far troppo rumore quando si sta uno dietro l’altro con una fiaccola in mano. Insolite precedenze deve imparare a rispettare il cuore, in questo scampolo d’Italia che prova a non fare notizia anche quando, purtroppo, la notizia c’è.