«Brenda, ora tutti abbiamo paura»

(...) «E guardate ora - aggiungono - a cosa ci siamo ridotti. Ad avere la polizia ogni giorno sotto casa».
All’appello mancano una quindicina di persone, che gli investigatori hanno voluto ascoltare per capire, veramente, cosa è successo nella notte tra giovedì e venerdì. Gli altri, tutti gli altri, hanno la loro versione, recitano la loro verità. A memoria, come una cantilena che vela il dolore del lutto, l’asfissia del terrore. Barbara, un’amica di Brenda, gonfia il petto e scandisce le parole mentre afferma che «l’hanno ammazzata», che bisogna trovare, e in fretta, «chi le ha fatto tutto questo». Poi, però, si accuccia in un angolo, si leva gli occhiali color pece e si abbandona al pianto, si asciuga le lacrime con il dito laccato in punta. Con Brenda, la sera prima, si è concessa un ultimo brindisi al gusto di whisky. Due battute, una risata, con negli occhi sempre quell’ombra scura, quel barlume di tragedia. «Vado a casa e mi uccido», avrebbe detto più volte alle compagne di strada, forse per esorcizzare la paura, per affermare di fronte a se stessa di poter essere l’artefice, e non la vittima, del suo destino.
L’edificio di via dei Due Ponti pare una palafitta piantata nel cemento. Dall’ingresso, un taglio di feritoie basse senza portoni, si notano le scale che si arrampicano fino ai piani di sopra. Alle finestre sono appesi panni e un telo da mare, parabole sbiadite in fila come soldati sull’attenti. «Qui ci vive gente semplice, molti extracomunitari», dice una signora che parla con un strano accento, un ibrido tra il romeno e il romano di borgata. «Le trans non ci danno fastidio, al massimo c’è un po’ di viavai quando fa buio, ma niente di insopportabile». Ecco perché, l’altra notte, qualcuno si è sorpreso, ha sentito qualche rumore di troppo, qualcosa che non tornava nell’orchestra del quartiere col vestito lunare. «C’è stato del trambusto dove stava Brenda», si lascia scappare un ragazzo di colore prima di allontanarsi in fretta, per non fornire ulteriori dettagli. «Io non ho sentito niente», lo contraddice una giovane qualche ora più tardi.
Via Gradoli dista da via dei Due Ponti tre chilometri scarsi. Bisogna costeggiare il Fatebenefratelli e risalire il verde trafficato della Cassia, avvicinandosi al raccordo. Qui la paura si fa sentire di meno, ma ha contorni meno sfumati. I trans parlano di una banda di romeni che hanno la brutta abitudine di circondarle e picchiarle: «Forse gli stessi che hanno aggredito Brenda, può essere che lavorino per qualcuno». Finalmente ecco la strada dove tutto è cominciato, il set del ricatto, dove però, all’ora di pranzo, non c’è praticamente nessuno. Chi passa sfodera le sue ragioni, inoppugnabili: «Ma se è successo a via dei Due Ponti, noi cosa c’entriamo?». Forse qui, almeno qui, la voglia di dimenticare sta trovando la forza di imporsi.