Brendel, il filosofo della tastiera fra Mozart e i deliri di Kreisler

La provocazione: proiettare sullo schermo le mani del pianista mentre suona

Piera Anna Franini

“Il filosofo della tastiera”. Così, amano definirlo i colleghi alludendo alla pila di saggi e di libri, e ancor prima, alla testa pensante di Alfred Brendel. Che a questo suo aspetto “pensante” preferisce dare un tocco di leggerezza ammettendo, nero su bianco (vedi la raccolta di saggi Paradossi dell’interprete), di aver fatto del “sorridere” l’occupazione preferita. A rinforzo della tesi, tiene conferenze su temi come: "La musica classica deve essere necessariamente seria?" Risposta? No, ovviamente. Segue il sigillo di un sorrisetto.
Brendel sarà a Milano questa sera (ore 20.30), in Conservatorio, ospite - di rito - del Quartetto che regolarmente riesce ad assicurarsi la presenza di quello che è considerato uno dei maggiori pianisti viventi.
Programma alla Brendel, cioè composto con gusto e intelligenza sopraffina, segnato da una rete di corrispondenze e di richiami che ne fanno, già in partenza, un’armoniosa polifonia. Aprono le Nove variazioni in re maggiore su un Minuetto di Duport scritte da Mozart, seguono le visioni allucinate e i deliri di un Kreisler visto con gli occhi di Schumann, in Kreisleriana op. 16, appunto, opera chiave del romanticismo musicale. L’atmosfera convulsa via via svapora smorzata da quattro dei Sei Momenti Musicali di Schubert. Serenità completa raggiunta, poi, con la Sonata Pastorale di Beethoven.
Brendel, il viennese, torna a Milano con un programma che fa perno su autori a lui particolarmente congeniali. Perché Brendel non è viennese per ragioni anagrafiche: è nato a Weisenberg (nel 1931) da genitori di origine tedesca, austriaca e (lontanamente) italiana, è cresciuto nell’ex Jugoslavia stabilendosi, dopo lo scoppio della guerra, a Graz. Risale al 1947 il trasferimento a Vienna (ma ora risiede a Londra). Brendel il viennese poiché è il cantore per eccellenza di Beethoven, Mozart, Haydn e Schubert.
Brendel, aforisma vivente, maestro di ironia e autoironia. Un incorreggibile demistificatore. Alla richiesta di dire la sua sul tema della crisi – vera o presunta - del recital pianistico sia in crisi, risponde, «personalmente non mi rendo conto o almeno, non posso lamentarmi, il pubblico continua a seguire i miei concerti... anche se invecchio».
Glissa, ma poi conferma e propone soluzioni per svecchiare il rito del recital: «Potrebbe essere interessante proiettare le mani del pianista su uno schermo, questo è stato suggerito da un importante cronista televisivo durante una conferenza cui ho assistito».
Si assottiglia il pubblico ma anche gli spazi che i media dedicano alla classica. Sull’argomento, Brendel non svicola. È chiarissimo: «È una questione di marketing - dice - , i giornali vogliono avere tanti lettori, essere competitivi, aumentare le vendite e si adeguano a quello che il pubblico chiede. Non fanno più quello che i grandi giornali facevano cioè educare il loro pubblico e elevare lo standard culturale. Ora si tende a semplificare, a ridurre, e lo dovrà fare anche lei dopo questa nostra conversazione. È una tendenza che è stata avviata in America, però questo voler condensare concetti complessi porta a banalizzare».
Gli abbiamo chiesto se legga le critiche che lo riguardano: «Non le evito, diciamo che mi piace sapere cosa la gente pensa di me e così pure cosa pensa un critico delle mie esecuzioni».