Brescia caccia la sinistra «Davano case popolari persino agli spacciatori»

Dopo 15 anni di egemonia della sinistra la città sceglie Paroli (Pdl): schiaffo al lassismo della giunta Corsini

nostro inviato a Brescia

In principio fu il tondino. E, prima ancora del tondino, in principio furono lo slancio e le intuizioni. Qualità ben rappresentate, giusto per fare un esempio, dal beato Giuseppe Tovini. Benemerito cittadino che fortissimamente volle l’Università Cattolica in città e nel contempo diede corpo a Milano nel 1896, al Banco Ambrosiano. Oggi, o meglio da oggi, la Brescia dei beati e dei Papi, come Paolo VI, della finanza cattolica guidata dal Notaio (inteso come il notaio per eccellenza) Giuseppe Camadini o di quell’altra, ammiccante a sinistra, di Giovanni Bazoli, è la Brescia di Adriano Paroli, il nuovo sindaco vessillifero del Popolo della libertà. Che spezza un’egemonia del centrosinistra, protrattasi per quindici anni, e si ritrova una città «sottosopra». Definizione regalataci dal direttore del Giornale di Brescia, Giacomo Scanzi.
«Guidare Brescia sarà una grande responsabilità. Abbiamo preso degli impegni seri e da domani cominceremo a mantenerli. Rispetto alla precedente amministrazione noi agiremo con più concretezza. L’ideologia non c’interessa, ci sono problemi urgenti che attendono una soluzione. Le tre priorità saranno la sicurezza, viabilità e i nostri anziani». Sono le prime parole di Adriano Paroli, eletto con un robusto 51,4 per cento (61.061 voti), contro il 35,8 del veltroniano Emilio Del Bono. Sulle priorità di Paroli e sull’interpretazione di un voto svincolato dalle ideologie concorda anche il direttore Scanzi. «Una città sottosopra non significa - spiega Scanzi - che Brescia sia, come ha detto Paroli in campagna elettorale, una città che deve rialzarsi. Brescia ha bisogno di uno scatto d’orgoglio, ha bisogno di riordinarsi e di ritrovare ordine. Nel traffico, nella sicurezza, nei suoi rapporti sociali, nei propri spazi. In questo senso la scelta dei bresciani è l’espressione di una concretezza e di una determinazione che non può essere ricondotta a influenze o strategie. Alla solita dicotomia Camadini - Bazoli. In altre parole non vedo particolari regie sull’esito delle urne. Mi sembra sia il caso di abbandonare certi stereotipi giornalistici».
Resta il fatto che, pur senza sposare quella visione iperglicemica e un po’ indigesta di una Brescia recentemente descritta da Repubblica come una sorta di «budino che tiene insieme cultura solidaristica e cultura liberale, laicismo zanardelliano e cattolicesimo giansenista, clericalismo e massoneria, alta banca e pentolame delle Valli, aristocrazia della terra e finanza svelta, perbenismo e cocaina a go-go», il nuovo sindaco Paroli dovrà fare i conti fin da subito con una Leonessa attapirata. Che ha più di un motivo per masticare fiele: spaccio nelle zone residenziali, vandalismo in centro, case popolari ai clandestini. «Una donna a Brescia non si sente sicura», tuona la presidente del Consiglio provinciale Paola Vilardi.
Sottoscrive e conferma il direttore del Giornale di Brescia: «Chiunque come me abbia dei figli, io ne ho tre, sa bene quali preoccupazioni si provano quando debbono andare in piazza della stazione a prendere l’autobus o il treno. Bisogna farsi il segno della croce e subissarli delle solite raccomandazioni. Bene ha fatto Paroli a porre il riordino di quel luogo tra le sue priorità». Illuminante, riguardo ai danni prodotti da certe politiche sull’immigrazione comunali degli ultimi anni la vicenda del residence Prealpino, in una zona residenziale poco distante dal centro. Nigeriani, senegalesi e albanesi hanno occupato abusivamente i locali trasformando il quartiere in una zona franca per lo spaccio di cocaina. Due anni fa, esasperati, i residenti fotografano tutto e costituiscono un comitato civico, per chiedere al sindaco Corsini di intervenire. Non succede nulla. Fino a quando non arrivano le troupe di Striscia e delle Iene che mandano in onda tutto. Corsini con le spalle al muro ha un'idea geniale: fa costruire case popolari provvisorie per darle agli spacciatori. Accettano in 20 su 200. In compenso prima di uscire di scena visto che in città ci sono tre campi nomadi, concede ai rom le case popolari (deve essere stata una fissa la sua), per 50 euro al mese. I mendicanti continuano a mendicare, però l’amministrazione comunale paga tutte le loro utenze: luce, acqua e gas. Con buona pace dei cittadini in difficoltà. «Già perché - ricorda il direttore Scanzi - l’imprenditoria bresciana come nel resto d’Italia è in sofferenza, molti fanno fatica ad arrivare a fine mese. Perciò anche a Brescia gli operai anziché votare a sinistra hanno votato Lega».
È solo il caso in proposito di ricordare che Brescia ha circa 120 mila imprese attive nella Provincia, che ne fanno la terza zona industriale italiana e la quarta piazza finanziaria. Un bel traffico, insomma. Soprattutto caotico. Il che deprime particolarmente i bresciani che, facendo finta di essere a Vienna andavano orgogliosi dell’onda verde del loro ring. Bastava prendere un semaforo verde e viaggiare a cinquanta all’ora e il centro cittadino, delimitato da un quadrato di quattro strade, il ring, appunto, composto da quattro belle corsie, si percorreva in un quarto d'ora. Ma Corsini che fa? Riduce a tre le corsie e inzuppa il ring di lavori in corso Risultato? Tempi di percorrenza ora del ring: cinquanta minuti quando va di lusso. Per questo adesso Paroli ha voglia di bruciare le tappe. Rispettando i semafori, s’intende.