Brescia, Fiom pronta a ripartire. Ma solo per il corteo

nostro inviato a Brescia

Il silenzio regna sull'Iveco, il parcheggio lungo via Volturno è semideserto, le catene di montaggio ferme. Nella grande fabbrica (tremila dipendenti) di veicoli industriali è calato il buio della cassa integrazione: due settimane a gennaio, due a febbraio, tre a marzo, altrettante già programmate per questo aprile. La crisi morde la capitale italiana dell'acciaio. Un segnale di vita si è avuto ieri sera, quando dal piazzale davanti all'ingresso sono partiti 11 dei 50 pullman bresciani (ai quali si aggiunge un treno speciale da 800 posti) diretti alla manifestazione della Cgil a Roma.
Ma non è tutto fermo all'Iveco. L'azienda sta preparando un futuro in grande per l'immensa area industriale vicina alla tangenziale di Brescia. Investimenti per oltre 20 milioni di euro. Nuove linee produttive, nuovi macchinari. Sviluppo assicurato per i prossimi 10-15 anni. E soprattutto nessun licenziamento, ma garanzia del posto di lavoro per tutti. Che cosa può volere di più, nella situazione di oggi, un lavoratore? E un sindacato?
L'azienda ha aperto una trattativa. Che però si è fermata subito. Il motivo è che le federazioni sono divise. O meglio, un sindacato si distingue dagli altri. Fiom-Cgil da una parte e Fim-Cisl, Uilm-Uil oltre agli autonomi della Fismic dall'altra. «Se dipendesse da noi, l'accordo con Iveco sarebbe già firmato o quasi - taglia corto Gian Martino Amadio, leader bresciano dei metalmeccanici della Uil -. Invece a Brescia c'è ancora una cultura sindacale entusiasta per i contratti di solidarietà ma che va in crisi con i piani di sviluppo. Accettano più volentieri il sacrificio che la crescita».
Giovedì Iveco e sindacati si sono incontrati all'Associazione industriali di Brescia. Il piano di investimento rivoluzionerà lo stabilimento, le tre linee produttive scenderanno a una sola, saranno radicalmente trasformate le fasi di lastratura, bardatura, verniciatura e montaggio, cambieranno i tempi delle operazioni e sarà richiesta più flessibilità nelle pause all'interno di fasce orarie predeterminate. I lavori costringeranno la fabbrica a chiudere nei tre mesi estivi, ma in autunno Iveco è pronta a ripartire. Sarà uno stop poco doloroso in questi mesi, con i capannoni già fermi per la cassa integrazione. Dodici mesi fa non era così. In questo modo la crisi diventa un'occasione di rilancio.
Ovvio che l'azienda, prima di effettuare un investimento così massiccio e strategico, voglia un accordo con il sindacato per avere garanzie di produttività ed efficienza. Il 17 marzo è stato presentato il progetto, nei giorni scorsi le parti si sono viste due volte. Ora però il negoziato è sospeso in attesa che i quattro rappresentanti delle tute blu trovino «la quadra», come direbbe Bossi. Non sarà facile giungere a una posizione comune, «ma dobbiamo arrivarci», dice Alessandro Conti, segretario Fismic che sul resto oppone un netto «no comment». Esemplifica Amadio: «Dato che l'80 per cento delle postazioni alla linea di montaggio saranno modificate, si deve partire con un nuovo rilievo dei tempi. Ma la Fiom ha già detto: manteniamo i tempi vecchi. Purtroppo condurre una trattativa è sempre più difficile, non si sa se nella Cgil comanda Epifani o la Fiom, e qui a Brescia l'ex segretario Fiom ed ex deputato di Rifondazione, Maurizio Zipponi, si candiderà con Di Pietro. La Cgil è nel caos».
Michela Spera, numero uno dei metalmeccanici bresciani, non vuol parlare di «divergenze». «È un termine che si usa quando il confronto è chiuso, qui la discussione è aperta - dice -. È anche vero che con le altre federazioni non siamo un cuor solo e un'anima sola. Forse l'azienda pensava a tempi più brevi ma dobbiamo trattare sulle condizioni di ogni nuova fase del processo produttivo. Bisogna coinvolgere anche i lavoratori e non è facile: la scorsa settimana per il consiglio di fabbrica si sono presentati 25 operai su 2.500. Noi valutiamo positivamente un rilancio aziendale e un investimento che dà prospettive, tuttavia questa svolta è così radicale che i lavoratori non possono essere gli unici a garantire disponibilità e flessibilità».