Brescia, massacrò gli zii Carcere a vita per Gatti

«Ergastolo». La parola rimbomba nell’aula del tribunale di Brescia ma lui, Guglielmo Gatti, non abbassa lo sguardo. I suoi occhi restano fissi sul presidente della Corte d’assise che lo ha appena condannato. Una sentenza «scritta nelle carte», come la definisce l’accusa; una sentenza «temuta» come ha sempre detto la difesa, quasi a voler esorcizzare l’epilogo a cui nessun imputato vorrebbe assistere.
Non poteva esserci verdetto più pesante per questo quarantaduenne dalla faccia di bambino che, nei giorni della misteriosa scomparsa dei suoi zii - Aldo e Luisa Donegani - aveva ingannato gli inquirenti con quel suo modo di fare mellifluo. Fino alla svolta nelle indagini con il ritrovamento dei cadaveri, le testimonianze, i riconoscimenti. E il procuratore capo di Brescia, Giancarlo Tarquini, che dice: «Abbiamo trovato l’assassino e il garage-mattatoio dove sono stati sezionati i corpi».
Ieri, il redde rationem: «Ergastolo con tre anni di isolamento diurno», come aveva chiesto il pm, Claudia Moregola. La Corte ha condannato Gatti per i tre capi di imputazione contestati (omicidio volontario e premeditato, vilipendio di cadavere, soppressione e occultamento di cadavere); i parenti delle vittime - quattro fratelli di Aldo Donegani e un nipote di Luisa De Leo - saranno rimborsati con 80mila euro ciascuno (l’avvocato di parte civile ne aveva chiesti 150mila a testa).
«Giustizia è fatta». È stato questo il commento del procuratore capo Tarquini alla sentenza: «Un verdetto condivisibile dinanzi a un crimine doloroso e devastante».
«Gatti era pronto a tutto, ma continua a dichiararsi innocente», ha replicato il difensore, Luca Broli. «Ora utilizzeremo le garanzie che l’ordinamento ci consente. Non ci sorprendiamo né ci disperiamo, c’è un secondo grado di giudizio».
Dopo una mattinata in cui si sono tenute le repliche e le controrepliche, rispettivamente dell’accusa e della difesa, l’imputato ha rilasciato dichiarazioni spontanee: «Sui dati oggettivi ha già parlato abbondantemente il mio avvocato. Io ne approfitto brevemente per precisare il mio atteggiamento, il mio vissuto, durante tutta questa vicenda, che è stato di totale e assoluta apertura e collaborazione, sia di fronte alla stampa per lanciare appelli e smuovere la macchina delle ricerche volta al recupero degli zii, sia con gli inquirenti nel corso di due settimane abbondanti in cui mi sono state richieste presenza e testimonianze. Anche durante l’esame credo di essere sempre stato esauriente, non eludendo alcuna domanda. Non ho mosso nessuna obiezione anche nel corso della perizia. E questo non perché non mi sia costato ma perché era nella mia volontà che tutto il possibile fosse fatto in modo chiaro».
Gatti si è poi rivolto agli inquirenti riconoscendogli «fiducia e professionalità»; infine ai giudici: «Mi affido ora al vostro giudizio. Ma tengo a ribadire la mia totale innocenza ed estraneità ai fatti».
La corte si è ritirata in camera di consiglio per circa sei ore. Sei ore per decidere che Gatti dovrà rimanere in cella per il resto della sua vita.
Il giallo sulla morte dei coniugi Donegani inizia venerdì 30 luglio 2005, giorno in cui i due scompaiono dalla loro villetta di Brescia. La notizia della loro assenza arriva solo il lunedì successivo quando uno dei nipoti della coppia, il carabiniere Luciano De Leo, arrivato dalle Marche per far visita agli zii, citofona nella casa di via Ugolini e non trova nessuno. Preoccupato dalla strana assenza degli zii, che lo stavano aspettando per trascorrere insieme qualche giorno di vacanza, dà l’allarme. L’uomo avverte gli altri parenti degli anziani, che abitano nella palazzina accanto. Insieme, preoccupati, forzano la porta. La casa bresciana di Aldo Donegani, 77 anni, e di sua moglie Luisa De Leo, 61, è in ordine: finestre chiuse, chiavi della macchina nel cruscotto, acqua luce e gas funzionanti e perfino i resti di un pranzo nel forno. Come se stessero per tornare da un momento all’altro. Invece nulla.
In attesa di un imminente ritorno a casa, i parenti aspettano qualche ora. Poi la preoccupazione prende il sopravvento e allertano i carabinieri. Partono le ricerche, ma la coppia sembra essersi volatilizzata.
Guglielmo Gatti, il nipote della coppia che vive al primo piano della villetta degli zii, viene convocato in caserma. Intanto, in Valcamonica, vengono trovate delle cesoie: «Con tutta probabilità l’arma del delitto», azzardano gli investigatori. Il calendario indica il 17 agosto: i sospetti si stringono intorno al nipote. Gatti, dopo l’ennesimo interrogatorio, viene portato nel carcere di Canton Mombello con l’accusa di aver ucciso gli zii, sezionato i loro cadaveri e gettato i resti in un dirupo.
Il 22 gennaio 2006 la prima macabra scoperta, le ossa di un cranio vengono trovate in una zona boschiva di Provaglio, vicino a Iseo; il 4 febbraio la conferma: si tratta dei resti di Aldo Donegani.
Il 16 novembre, poco lontano dal luogo del precedente rinvenimento, viene individuata una testa a cui manca una mandibola; qualche giorno più tardi, il 19 novembre, nascosta tra le foglie spunta anche il «pezzo mancante». L’esame del Dna conferma: è di Luisa De Leo.
Il movente che ha spinto Gatti a uccidere i zii resta un mistero. Anche se c’è chi dice che lui - sempre «triste e solo» - fosse diventato invidioso di quei due anziani parenti sempre «allegri e pieni di amici».