La Bresso «investe» la Turco: «Colpa sua se abbiamo perso»

Il governatore ds attacca l’ex ministro degli Affari sociali, che replica: «La responsabilità non è dei candidati, questa signora deve prendere le misure»

Marcello Foa

nostro inviato a Torino

Il Piemonte va a destra, e a sinistra è bufera. Litigano tutti: i Ds e la Margherita, Rifondazione e l’Ulivo, l’Italia dei valori e la Rosa nel Pugno. Ma soprattutto loro due, Mercedes Bresso e Livia Turco. Una guerra tra donne. Tutta colpa di quei 27mila voti ottenuti in più dalla Casa delle Libertà e della sconfitta dei Democratici di sinistra: alle Regionali del 2005 avevano il 20,1 per cento delle preferenze, ora solo il 16,8 per cento, oltre tre punti in meno. Tre punti che fanno male e per i quali occorre trovare un colpevole. Già lunedì notte alcuni esponenti della Margherita lo individuano nel governatore della Regione, trovando sponda nel capogruppo provinciale della Quercia, Stefano Esposito, che non lesina critica a un presidente «che pensa troppo a Torino e non abbastanza alle altre province». Ed è proprio nel capoluogo della regione che i diessini hanno terreno. Ma la Bresso non ci sta. In un’intervista alla Stampa, pubblicata nelle pagine di Torino, attacca i vertici del Partito: «Loro perdono e criticano? Incredibile. Le liste non le ho fatte io». Poi l’affondo: «Abbiamo scelto come capolista per il Senato una persona che sei anni fa ha perso la corsa alla presidenza del Piemonte». Come dire: se il centrodestra ha vinto la colpa è sua.
L’identikit è preciso, quella persona è Livia Turco, che il Giornale raggiunge per telefono. La voce della neosenatrice Ds è affaticata dopo l’estenuante notte elettorale. È a Roma e non è a conoscenza dell’intervista; gliela leggiamo noi. L’ex ministro degli Affari sociali replica a tono: «Alla faccia della solidarietà femminile - sbotta - io non ho chiesto di venire in Piemonte, sono loro che mi hanno chiesto di candidarmi qui. Mi stupisce che una donna come lei non sappia distinguere tra il voto regionale e quello politico». La sua analisi è chiara: «La responsabilità non è dei candidati, né della macchina del partito che anzi ha funzionato benissimo - spiega - ma, come in tutto il Nord Italia, Berlusconi è riuscito a mobilitare l’elettorato conservatore, facendo leva sulla paura con messaggi semplicistici». La Bresso è di diverso parere. In un’altra intervista, a Repubblica, lascia intendere che, con lei in pista, le cose sarebbero andate diversamente: «Nessuno ha chiesto il nostro aiuto. Invece le campagne elettorali si dovrebbero fare usando le risorse vincenti che si ha a disposizione, come me o Chiamparino». Certo la presunzione non le fa difetto. E la Turco non riesce a trattenersi: «Come diciamo noi piemontesi - ci dice - questa signora deve prendere le misure».
Mercedes contro Lidia, scintille a sinistra. Solo il sindaco di Torino sembra essere al riparo dalle critiche. Anzi, paradossalmente, esce rafforzato dal voto. E non solo perché continua ad essere il favorito alle elezioni comunali di maggio, ma anche perché i dati definitivi rafforzano il suo progetto unitario: l’Ulivo alla Camera ha ottenuto tre punti in più rispetto alla somma dei dati di Margherita e Ds, che al Senato correvano con liste autonome. In un centrosinistra improvvisamente fragile, emerge come una delle figure di riferimento. Non sarà facile, comunque, placare i malumori all’interno dell’Unione. Il Partito di Di Pietro ha raddoppiato i voti, passando dall’1,5 per cento delle Regionali al 3,2 per cento; ora attacca la Rosa nel Pugno «che molti consideravano la forza politica emergente e che invece è rimasta al palo», avendo raccimolato un misero 2,6 per cento. Così così Rifondazione comunista, che è progredita al Senato, ma ha perso terreno alla Camera: l’effetto Tav non c’è stato.
Dopo un anno difficile, clima sereno, invece, nel centrodestra, dove Forza Italia, An e Udc sono cresciute. È mancato solo l’apporto della Lega, che rispetto a un anno fa è scivolato di due punti, al 6,5 per cento. Resta il rammarico per la sconfitta della Casa della Libertà a livello nazionale, che non tutti hanno accettato. Di certo non un giovane di 27 anni a cui i colleghi di lavoro per scherzo avevano fatto credere che sarebbe stato licenziato se Prodi avesse vinto. Quando ha saputo del successo dell’Unione, ha aperto la finestra e si è buttato dal secondo piano del palazzo dove vive. Si è salvato grazie ai fili per stendere la biancheria, che hanno frenato la caduta. Prodi delude, ma non uccide.