La bretella che «strozza» Villa Serena

Povera città di Piacenza. Bella e abbandonata dai suoi amministratori alla inadeguatezza dei quali soccorre benevola, per mostre e restauri con finanziamenti indirizzati a sostenere le tradizioni e la cultura, la Banca di Piacenza con il suo presidente Corrado Sforza Fogliani. Il resto è deserto.
Ciò che altrove sarebbe ragione di vanto a Piacenza è tenuto come d’ingombro alle «magnifiche sorti e progressive» vagheggiate da sindaci che nessuna ragione, nessuna sacra memoria può contenere. Stiamo uscendo, con strappi, atti, e pleonastici richiami del primato dello Stato sugli enti locali, quando essi non rispettino regole condivise, dall’incredibile vicenda di Villa Serena, capolavoro dell’architettura del ’700 in Emilia, minacciata da un’inutile bretella per un’incompiuta tangenziale. Chi ha avuto la responsabilità di segnalare al ministero la scellerata determinazione è considerato un guastatore mosso da stimoli misteriosi (o, incredibilmente, a Piacenza - città discretissima -, pubblicitari). Non c’è più coscienza del bene e chi deve tutelare ciò che è di tutti sembra mosso da interessi particolari.
In questo disordine della ragione può accadere che un ex sindaco di sinistra, Giacomo Paciago, al servizio di un ministro di destra che lo paga come consulente, invece di cercare il bene comune diffonda diffamatorie menzogne senza fondamento alcuno. È ben noto che il Paciago fornì un’insperata copertura ai propositi di vendere il patrimonio dello Stato arrivando, contro l’avviso di parlamentari, certamente non statalisti, come Fisichella, Vizzini, il sottoscritto, e lo stesso presidente Ciampi, a sostenerne oltre l’opportunità anche l’assoluta legittimità senza limitazioni. Alla sua fervida fantasia si deve la proposta di vendere anche il Colosseo.
Non stupisce dunque che egli, così spregiudicato, non abbia paura di mentire spudoratamente ricordando quella audizione alla Commissione Cultura del Parlamento europeo in cui egli venne a sostenere le sue tesi in sostituzione del ministro, e io replicai indicando i limiti della sua proposta e le insufficienze, inadeguatezze nella tutela del patrimonio artistico. Mai, in nessun momento e neppure nella penombra del pensiero, io pronunciai le parole che egli mi attribuisce sull’Italia «Paese di merda». Non all’Italia, ma a lui rivolsi le mie critiche e ai governi, di sinistra e di destra, che perseverassero nell’indiscriminata dispersione e mortificazione del patrimonio artistico e monumentale.
Tesi facile, comprensibile, ovvia per chi abbia, diversamente da lui, un’idea dello Stato: da Benedetto Croce a Salvatore Settis, speculare collega di Paciago al ministero per i Beni culturali. Di quell’incontro a Bruxelles rimangono gli atti, e ognuno potrà verificare le mie parole. Ma è triste pensare che le idee e il confronto di diverse posizioni debbano essere umiliate in falsificazioni, ed esposte, a salvaguardia dell’onore e della verità, nei tribunali. Evidentemente sono i luoghi dove i sindaci di Piacenza preferiscono dibattere sottraendosi al civile confronto. Mentendo sperano di non farsi riconoscere. Ma non confidino sulla mia indulgenza.