Breve storia della guerra in Corea

Caro dottor Granzotto, il sequestro della cooperante Clementina Cantoni riporta in primo piano l’annoso problema delle guerre preventive e dei loro limiti. Schierato da sempre nel campo occidentale, immune dall’odio nei confronti degli Stati Uniti, non posso tuttavia rilevare che a cominciare dalla Corea le loro guerre preventive e di aggressione non hanno mai ottenuto risultati tangibili. Concordo con lei nel considerare l’Onu un carrozzone dominato dalla burocrazia e dalla corruzione, ma forse la sua egida risulterebbe indispensabile in simili circostanze.
Mario Galli - Milano


Questione di punti di vista, caro Galli: sia in Afghanistan che in Irak non mancano i risultati tangibili e uno di questi, non proprio da buttar via, sono le libere elezioni (strumento primario della tanto invocata «autodeterminazione dei popoli»). Né è mancata l’egida dell’Onu (rappresentata da un paio di risoluzioni), anche se si preferisce far credere il contrario. I manipolatori della verità storica, questi grandi e canaglieschi truffatori della pubblica opinione, conoscono bene il loro lavoro. Lei, ad esempio, è stato convinto che quella americana in Corea fu una guerra preventiva, di aggressione e mancante della famosa egida onusiana. Tutto il contrario. Fu una guerra difensiva con tanto di placet e partecipazione diretta delle Nazioni Unite. Questi i fatti: con la resa del Giappone (agosto del 1945) la Corea fece la fine della Germania: il nord occupato dai sovietici e il sud dagli americani. Situazione che finì per determinare la nascita di due Stati: la Repubblica Popolare Democratica di Corea, capitale Pyongyang, sotto la guida di Kim Il Sung, comunista e filosovietico e la Repubblica di Corea, capitale Seul, con presidente Syngman Rhee, filo occidentale. Il 25 giugno del 1950, in piena Guerra fredda, 800mila nordcoreani appoggiati dai sovietici varcarono in armi il 38° parallelo con l’obbiettivo di conquistare l’intero Paese. Due giorni dopo il Consiglio di sicurezza mise ai voti il ricorso a «sanzioni militari» contro gli aggressori. Se fosse stato presente il delegato sovietico Jakob Malik, che aveva diritto di veto, la proposta sarebbe stata bocciata, ma in quei giorni Malik era a Mosca (in segno di dissenso per il mancato riconoscimento della Cina Popolare) e la risoluzione passò all’unanimità. Successivamente, su mandato dell’Onu gli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Canadà, Turchia, Australia, Nuova Zelanda, Belgio, Colombia, Etiopia, Filippine, Grecia, Olanda, Thailandia e Turchia formarono il contingente di Caschi blu (l’Italia era presente con un ospedale militare da campo) subito dislocato in Corea sotto il comando del generale Douglas MacArthur.
L’avanzata nord-coreana fu arrestata soltanto un paio di mesi dopo, ma a quel punto scese in campo la Cina che con l’invio 180 mila «volontari» bloccò l’azione dei Caschi blu (fine marzo 1951). Nel luglio il presidente Truman sostituì MacArthur col più malleabile Ridgway e avviò i negoziati per metter fine al conflitto. Le trattative si conclusero due anni più tardi con la firma di un armistizio che fissava nel 38° parallelo la linea di confine fra la Corea del nord e del sud. La guerra costò la vita a 415mila sudcoreani, 34mila americani, mille e 300 soldati del Commonwealth, mille e 800, metà dei quali turchi, fra gli altri caschi blu. Si calcola (non ci sono cifre ufficiali) che le perdite nordcoreane, sovietiche e cinesi ammontassero a un milione, un milione e mezzo di uomini. Ebbene, caro Galli, scampata all’occupazione comunista la Corea del sud poté godere e gode tuttora di un regime democratico, di benessere generalizzato e di un prodotto interno da far invidia. Senza quella guerra avrebbe seguito la sorte della Corea del nord, una satrapia familiare - il «caro leader» Kim Il Sung dapprima e quindi il figliolo, il «caro leader» Kim Il Jong - un regime di repressione e di terrore che quello staliniano al confronto faceva ridere e una crisi economica che da mezzo secolo attanaglia il Paese e che ha causato la morte per fame - ripeto, per fame - di milioni di uomini, donne e bambini. Non vorrà negare che, come risultati, bastano e avanzano.

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