Brevetto Ue, dalla Spagna fumata nera

La battaglia di opposti nazionalismi sul brevetto Ue, nella notte di Bruxelles, finisce come tutte le guerre europee: con una sconfitta per tutti. Dopo dieci anni di attesa è ancora fumata nera. L'unica ad opporsi è la Spagna, che non mostra neppure voglia di trovare un accordo per cedere di un passo nella difesa dello spagnolo.
L'accordo che tutte le imprese europee aspettavano per avere un sistema più facile di registrazione e difesa della proprietà intellettuale sulle loro invenzioni è rinviato ad un incontro che la presidenza belga, evocando l'ipotesi della 'cooperazione rafforzatà come via d'uscita dall'obbligo della «impossibile unanimità», fissa per il 10 dicembre. Oggi il Consiglio straordinario sulla Competitività era stato convocato per dare il via libera al sogno di tutte le Pmi d'Europa: registrare un'invenzione e far sì che la proprietà intellettuale fosse protetta in tutto il territorio della Ue a costi accettabili e senza affrontare la babele delle 23 lingue dell'Unione. Invece oggi, anche l'Italia aveva trovato margini di compromesso sui punti irrinunciabili (proposta «english oriented» e lunghissimo periodo di transitorietà o meglio non ritorno al principio del trilinguismo).
Invece la Spagna ha detto no. Attualmente la registrazione di un brevetto che sia valido al di là dei confini nazionali si può fare presso l'ufficio di Monaco di Baviera per il brevetto europeo, ma costa almeno 20.000 euro per avere la protezione in meno della metà dei Paesi, mentre negli Stati Uniti se ne spendono circa 1.850. La soluzione di compromesso trovata dalla presidenza belga prevede che l'invenzione possa essere registrata in una delle tre lingue principali (inglese, francese o tedesco). Ovvio che il regime darebbe un vantaggio competitivo alle aziende francesi, tedesche e anglofone. I punti nodali erano due, secondo il ministro Ronchi: non avere discriminazione («non ci possono essere in Europa lingue di serie A e lingue di serie B», dice) e non falsare la concorrenza. Come riuscirci? «Vogliamo che la seconda lingua in cui viene tradotto il brevetto abbia sempre valore legale - dice il ministro Ronchi - e non vogliamo che ci siano clausole transitorie al termine delle quali si ritorni al regime di trilinguismo».
L'Italia vuole che si usi solo l'inglese. E ci si poteva arrivare. Così come si poteva arrivare ad un periodo transitorio ben più lungo di sei anni privilegiando l'inglese come seconda lingua legalmente valida. Ma la Spagna ha detto no a tutti e a tutto.