Da Brian Eno a Delacroix I Coldplay cambiano pelle

Anteprima del cd che uscirà a giugno (con un famoso quadro in copertina). Decisivo l’apporto del produttore. La band si è ispirata a un quadro di frida Kahlo per il titolo dell'album

Milano - E poi si cresce, finalmente. Ieri i Coldplay hanno lasciato ascoltare il loro nuovo album, che in tutto il mondo uscirà il 12 giugno ma che già inizia a sgocciolare su internet. La settimana scorsa il gruppo ha concesso al download gratuito il primo (strepitoso) singolo Violet Hill ed è stato un putiferio: due milioni di contatti. E ieri su YouTube circolava già un altro brano, quello che offre metà titolo all’album: Viva la vida. L’altra metà, Death and all his friends (aggiungeteci un «Or» iniziale) rappresenta il brano finale, che è quello più sinfonico, quasi frenetico, introdotto da un pianoforte incalzante e imperniato su di un testo asciutto ed essenziale (come quelli di tutto il disco) che sottintende molto di più di ciò che dice: «No, non voglio una battaglia dall’inizio alla fine / Non voglio un ciclo di vendette riciclate / Non voglio seguire la morte e tutti i suoi amici». È l’ultimo sospiro di dieci canzoni (esclusa quella «hidden», cioè nascosta, che si intitola The escapist) che hanno la forza nuova dell’ispirazione e l’agilità dell’istinto perché non si ripetono mai: sono concise e concettose e ce ne fossero, di questi tempi. Insomma, i Coldplay sono cresciuti, hanno consolidato un «brand», quello del rock malinconico e aggraziato spesso debitore di U2 e Radiohead, e sono riusciti finalmente a mettersi in gioco. Lo hanno fatto, bontà loro, reclutando nientemeno che Brian Eno, insieme al ferreo Markus Dravs, e mettendosi docilmente al loro servizio. Il risultato è, fuori da ogni dubbio, di gran rilievo, capace com’è di mescolare la muscolatura del rock con i carati dell’ispirazione e quelli, calibrati, della tecnologia. D’altronde già si capisce dal crescendo strumentale che introduce l’album e dà un senso alle canzoni: Life in technicolor. Chris Martin, che stavolta è solo il cantante dei Coldplay e non il marito di Gwyneth Paltrow, ha spiegato che «volevamo uscire da un mondo in bianco e nero per entrare in uno a colori». Stavolta i colori dei Coldplay sono molto classici, molto romantici, per intenderci si rispecchiano benissimo nel quadro della copertina, che è il celebre «La Libertà che guida il popolo» che Eugène Delacroix dipinse nel 1830 festeggiando l’abdicazione di Carlo X: soffusi ma imperiosi, sfumati eppure vivissimi. Poi il titolo dell’album mette il resto: Viva la vida è un quadro di Frida Kahlo, da cui i Coldplay hanno preso la tensione drammatica che si respira in tutto l’album fin dal primo testo, quello di Cemeteries of London che è pieno di nebbia e paura e visioni («Dio è nella mia testa») stemperate in un ritornello che, durante i concerti, diventerà un coro da stadio. Certo, al quarto album, dopo oltre quaranta milioni di copie vendute, i Coldplay hanno voluto rivoltarsi come un guanto e si capisce pure dall’inizio di 42, quasi beatlesiano, con due strofe ripetute e poi le tastiere che introducono un bel giro di chitarra e si lasciano cullare fino alla fine. «Ci siamo decisamente sbizzarriti» ha detto il chitarrista Jonny Buckland. «Non ci siamo mai vergognati di scrivere belle melodie e mai ce ne vergogneremo» ha ribattuto Chris Martin. Di sicuro quelle di Violet hill e, soprattutto, di Strawberry swing sono memorabili perché cotonate, dolci, quasi malinconiche anche se, per fortuna, lo sterile falsetto di Chris Martin si è preso una bella vacanza lasciando più spazio a una voce matura, persino sensuale. D’accordo, è sempre stato detto che ai Coldplay mancava personalità: troppo dipendenti dagli U2 o dai Radiohead o pure dai Pink Floyd. E quindi bravi: così si fa. Adesso hanno perso i modelli, sono diventati unici e chi li ascolterà, troverà una band che prima non c’era. Applausi.