Brian Eno e «Symposium»: nuove vie dell’avanguardia

L’ex Roxy Music presenta l’installazione «Painting the Music». Poi viaggio tra Mahler, vini e poesia

Franco Fayenz

da Venezia

Il Festival di Musica contemporanea della Biennale, nel terzo anno della direzione di Giorgio Battistelli compie mezzo secolo, una bella età. Fra gli ascoltatori di professione non manca chi ha assistito a tutte le edizioni e può fare confronti preziosi fra passato e presente. Il Festival 2006 ha un titolo significativo, «Va pensiero». L’allusione al coro del Nabucco di Verdi è ovvia, ma ce n’è un’altra. Il festival intende riesaminare i rapporti fra musica e filosofia: il curatore è Stefano Catucci assistito da interventi di Massimo Cacciari, Massimo Donà, Emanuele Severino e altri. Due mesi fa è uscito per Bompiani un libro di Donà, Filosofia della musica, che giustamente elegge l’autore fra i maggiori protagonisti della manifestazione.
La musica inizia con Brian Eno che vent’anni or sono fu ospite della Biennale, ma nel settore delle arti visive. Chi gli vuole parlare si trova di fronte un distinto signore di mezza età, look inglese e completo gessato scuro. Il pubblico ha appena percorso, nello Spazio Cisterne dell’Arsenale, la sua installazione Painting the Music in tre grandi spazi. Il primo è una galleria di quadri appesi alle pareti, colori delicati e sottili allusioni figurative. Preparano alla musica che si avvicina e dalla quale già ci si sente avvolti. Con Eno si è dentro la musica.
Nel secondo spazio c’è un grande pannello luminoso soggetto a mutazioni continue, impercettibili se non si stacca lo sguardo per qualche secondo. «Sono le meraviglie del computer» - spiegherà Eno -; si tratta di circa 77 milioni di configurazioni diverse che nemmeno io posso prevedere. È come lavorare con la natura in continua mutazione, secondo l’insegnamento di John Cage: forse il lavoro che assomiglia di più a questo è il giardinaggio». La terza stanza è totalmente buia e obbliga alla contemplazione di un altro pannello di luci cangianti sullo sfondo. La sua forma può ricordare una croce, ma l’autore precisa di essere ateo militante, quindi l’accostamento è casuale. Naturalmente, tutto è immerso nella musica di Eno, dolce lenta e ipnotica.
Il pomeriggio e la sera del giorno inaugurale si trascorrono nel Teatro delle Tese per un Symposion, «ebbrezza dionisiaca in otto parti tra musica, cibi e vini». I compositori sono nove: si va da un brano breve di un autore storico (Mahler) a classici contemporanei e a musicisti di ultima generazione eseguiti dai solisti del Klangforum Wien diretti da Johannes Kalitzke. Molti sono i particolari insoliti. Si ascolta la musica sdraiati su lunghi materassini (singoli e matrimoniali). Fra l’uno e l’altro brano si mangia e si beve per davvero, forse per vecchie memorie dei teatri d’opera di tempi lontani, a ciò sollecitati da gradevoli proemi di Massimo Donà, qualificato come «simposiarca» (sta per prefatore e simili) il cui pensiero va alla musica ma anche a Socrate. Qui ci si accorge di quanto siano cambiati la nuova musica, ormai quasi facile, e gli ascoltatori. Negli anni Settanta Georg Friedrich Haas avrebbe pagato assai i suoi 70 minuti di suoni noiosi e ripetitivi; oggi è stato applaudito perché si applaude tutto. C’è stato soltanto un «buuu», vigoroso ma isolato.