La brigata radicale ha imboccato il viale del tramonto

Ruggero Guarini

Hanno sicuramente ragione quanti sostengono che la vera causa del flop di questo referendum non è affatto l’indifferenza degli elettori ai problemi che esso poneva ma al contrario il rifiuto cosciente e stizzito del modo in cui quei problemi sono stati posti. Nonché, probabilmente, il rifiuto dell’idea stessa che quei problemi, tutti di evidente portata metapolitica, possano essere posti seriamente mediante un confronto referendario. Sono anzi certo che quel rifiuto si è nutrito in molti casi di un forte sentimento di ripulsa, disprezzo, nausea e financo rabbia. Ma qual è il vero oggetto di questo disgusto? Non è, naturalmente, la politica come tale, ma la politica politicante. Che viene certamente praticata da tutte le forze politiche del paese, sia di destra che di sinistra, sia moderate che estremizzanti, sia cattoliche che laiche, ma ai cui giochi, che sono da sempre gli stessi (un monotono intreccio di astuzie, sotterfugi, trame, finte, sgambetti e altre stupide infamie) il fronte che si dice progressista, padre legittimo di quello referendario, ama esercitarsi con una passione e una scienza indicibilmente superiori a quelle che suole investirvi il fronte che si dice moderato, padre anch’esso abbastanza legittimo di quello che in questo referendum si è saggiamente espresso mediante l’astensione. Ma qual è poi la nostra forza politica che più di ogni altra appare oggi votata alla pratica quasi esclusiva della politica politicante?
Paradossalmente questa forza è proprio la sempre più aggressiva e intollerante brigata radicale, che della politica politicante si è sempre professata acerrima avversaria, e che anzi si è sempre vissuta e presentata, con vanitosa e petulante fierezza, proprio come il più efficace antidoto e revulsivo alla politica politicante. Ma che poi, pian pianino, attraverso gli anni, a partire da un non facilmente precisabile momento, non soltanto del suo preteso nemico assoluto, la politica politicante, ha imparato e fatto proprie tutte le pratiche, comprese quelle più loffie, moleste, fraudolente e mariolesche, ma ne ha addirittura fatto il cuore della propria attività, la principale ragione della sua esistenza, il solo contenuto della sua missione.
Detto più brutalmente: questa vecchia officina di ogni possibile forma di lotta teorica e pratica al politicantismo all’italiana ha finito per partorire un gregge di politicanti perfetti, col cuore e la testa imbottiti soltanto di scienza politicantona, avversi a qualsiasi cibo che non diffonda il lezzo del minestrone politicante, e tuttavia più che mai convinti che continuando a praticare nelle sue solite logore forme al tempo stesso lagnose e boriose il loro bellicoso sacerdozio di politicanti in servizio permanente effettivo, si dimostreranno degni del loro destino di ultimi militi ignoti della politica politicante.
Malinconico tramonto, questo della brigata radicale, che dopo tutto, in tempi non troppo remoti, fu una delle espressioni politiche più coraggiose e simpatiche della nostra cultura laica. Ma ovviamente non è un caso che questa sua ultima disfatta sia avvenuta in uno scontro su temi (la vita, il concepimento, la nascita, la malattia, la morte) sui quali si direbbe che non solo la pattuglia radicale ma tutta la nostra cultura laicista non abbia niente di serio da dire fuorché alcune squallide, indecifrabili formule referendarie.
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