La brigatista Blefari in fin di vita Da quasi un mese rifiuta il cibo

L’avvocato: va scarcerata subito. I magistrati hanno disposto una perizia psichiatrica

da Roma

Diana Blefari Melazzi, condannata in primo grado per concorso nell’omicidio di Marco Biagi è in pericolo di vita e per questo i medici del carcere romano di Rebibbia, dove la ex Br è sottoposta al regime di carcere duro, ritengono «indispensabile» il suo ricovero «immediato» in una struttura sanitaria idonea. È quanto emerge da un documento che i sanitari dell'istituto penitenziario hanno inviato alla Corte d'assise d'appello di Roma, davanti alla quale si sta celebrando il processo d'appello per l'omicidio di Massimo D'Antona.
Il 4 maggio scorso la Corte d'assise d'appello aveva deciso di sottoporre a perizia psichiatrica la Blefari Melazzi.
L'incarico dovrà accertare entro 40 giorni se la Blefari Melazzi sia affetta da infermità mentale e se, in caso positivo, l'infermità possa comportare per lei l'impossibilità di stare utilmente in giudizio.
«L'ultima volta che le ho parlato è stato nell'ottobre scorso ma l'ultima volta che l'ho vista è stato una settimana fa: era in cella, sul letto, sotto le coperte. Ho incrociato per un attimo il suo sguardo, mi ha detto che non aveva bisogno di niente e si è girata dall'altra parte». Così l'avvocato Caterina Calia descrive lo stato «emotivo e fisico» della Blefari Melazzi. «Sta morendo - dice l’avvocato -, gli stessi sanitari del carcere non sanno come intervenire. Non mangia da 25 giorni ma sta male da luglio dell'anno scorso. Abbiamo chiesto il ricovero in una struttura civile, che è stato rifiutato. Adesso magari la porteranno chissà dove e, in maniera forzata, le imporranno una terapia. A lei serve il supporto della famiglia».
L'avvocato Calia spiega che la «perizia psichiatrica non c'è stata perché lei rifiuta i contatti. Non è mai stato appurato se c'era un'incompatibilità con il regime carcerario».
«Stiamo parlando di una persona - spiega Calia - in custodia cautelare, che non ha una pena definitiva. Uno Stato che si professa tale non può mettere in atto una vendetta verso una persona che non è in grado di nuocere. Non la vogliono trasferire da Rebibbia perché c'è un'epidemia di varicella e la quarantena termina venerdì. Ma quale contagio può diffondere una persona sottoposta al carcere duro e che non incontra ormai nessuno?».