Il brigatista mai ex: 30 anni di galera poi riprende la «lotta»

MilanoÈ l’ultimo «giapponese». Fra i fondatori, in epoca ormai remota, delle Brigate rosse, Maurizio Ferrari non è mai uscito dalla giungla della lotta armata. A sfogliare i giornali si rimane interdetti e quasi si dubita che possa essere la stessa persona: viene arrestato il 28 maggio 1974, primo clandestino delle Br in manette. Trentacinque anni dopo, lo fermano di nuovo, a Monza, per aver partecipato ad una manifestazione non autorizzata; alla fine, le forze dell’ordine lo rilasciano dopo aver scritto un rapporto in cui lo accusano di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Il tempo non ha piegato di un millimetro le sue convinzioni, la lotta armata è finita ed è andata in soffitta persino nello Sri Lanka, i muri sono caduti, ma lui è sempre immerso nell’arroventato clima anni Settanta. Insomma, nell’Italia che tutto metabolizza e dimentica, Ferrari è, suo malgrado, un collezionista di record e paradossi: un libro di storia che cerca la cronaca. Basti dire che lui è nelle primissime Brigate rosse, quelle ormai consegnate a polverosi archivi. L’incontro con i Curcio, i Franceschini, i Moretti avviene alla Pirelli dove il giovane Ferrari, modenese, classe 1945, è approdato come operaio. In quell’ambiente, saturo, scocca la scintilla e forse scatta anche un altro meccanismo: quei seriosi rivoluzionari che hanno masticato Marx e Lenin diventano la sua famiglia. Per lui, che non ha mai avuto madre e padre ed è cresciuto in istituto, i brigatisti diventano anche la siepe che esclude la vista del mondo.
È l’epoca dei primi sequestri: il sindacalista della Cisnal Bruno Labate, il dirigente della Fiat Ettore Amerio, poi, ecco il salto di qualità, tocca al giudice Mario Sossi finire in una prigione del popolo. Qualche mese dopo, a maggio ’74, la carriera brigatista di Ferrari si chiude: è il primo clandestino a cadere nella rete dello Stato. In quel momento, le Br non hanno mai ucciso, anche se lo faranno di lì a pochi giorni, il 17 giugno 1974, a Padova. Non importa. Ferrari è già un rivoluzionario fuori dal tempo. Sotto vetro. Il suo barbone d’ordinanza sfida nelle foto in bianco e nero di allora quello del grande capo Renato Curcio, pure arrestato una prima volta in quel 1974. Lo condannano a trent’anni, lui non fa una piega e li mette dentro una parentesi. Dalla sua cella vede l’ascesa, apparentemente inarrestabile, dell’organizzazione a cui si è votato come un monaco. Nel 1978 il suo nome è inserito nella lista dei tredici prigionieri per cui le Br propongono lo scambio con Aldo Moro. L’anno dopo è all’Asinara e partecipa alla rivolta contro lo Stato. Poi lentamente comincia la fase discendente. Patrizio Peci si pente, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa comincia a smantellare i sogni a cinque punte. Lui è sempre uguale a se stesso. Nel 1980 madre Maria Teresa, la donna che l’ha cresciuto come un figlio a Nomadelfia, la comunità creata da don Zeno, gli scrive in carcere. Lui le risponde reprimendo gli affetti, e più che una lettera compone un volantino o un proclama: «Ho cercato di lottare come meglio di me hanno fatto milioni di proletari. Per trasformare la società».
Gli altri si pentono, si dissociano, si contorcono, lui, lui che per ragioni anagrafiche non ha mai ucciso nessuno, sconta tutta la pena. Lui che è stato il primo ad essere arrestato, è uno degli ultimi, ultimissimi ad uscire. Lascia il carcere di Biella il 27 maggio 2004, dopo aver visto entrare ed uscire i compagni della prima, della seconda e anche della terza generazione. Ferrari, invece, è sempre acquattato come un guerrigliero. Non una visita o un colloquio che sia uno in trent’anni. Niente psicologo. Niente avvocato di fiducia. Niente permessi. Mai un passo fuori dalla prigione. Mai una parola, per attutire quel macigno che si chiama storia, mai il tentativo di far rotolare la pietra che chiude la tomba in cui si è sepolto.
È un fossile? Un caso psichiatrico? Eppure, il 27 maggio 2004 esce e ricomincia dal giorno di maggio ’74 in cui fu blindato. È ancora in guerra, all’età di 64 anni, anche se non si spara più: il Br mai ex. Il 4 giugno 2007 a L’Aquila manifesta a favore delle Br. La barba è sempre quella profetico-rivoluzionaria dell’album brigatista, solo, completamente bianca. Sabato scorso è a Monza: lo denunciano, ma lui non si arrende. Forse non ne è capace. Chissà se in questi anni ha mai avuto il tempo di voltarsi. Gli altri non ci sono più: Curcio tiene conferenze e reclama addirittura la pensione dallo Stato che voleva abbattere, Franceschini scrive libri, Mara Cagol è solo una croce su una lastra di marmo. Ferrari resiste, anche se ormai la giungla non c’è più.