Brillano le quote rosa e gli applausi scaldano la bandiera danese

Da Sophia Loren alla cambogiana Somaly Mam, attivista per i diritti umani, il simbolo olimpico in buone mani. Nessuna contestazione per i Paesi «a rischio». E forse qualcuno ingoierà veleno...

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Le quote rosa? Basta venire in Piemonte e controllare, al sito dei Giochi d’inverno, edizione numero venti. Avete visto, tutti ieri sera, in mondovisione: donne, ragazze, femmine, mogli, mamme, suocere, dovunque, per fortuna dico. Stefania Belmondo ha acceso il braciere, Carolina Kostner ha portato il tricolore, il profumo di donna era dunque forte, intenso, dovunque, comunque. Per la prima volta nella storia la bandiera olimpica ha fatto il suo rituale ingresso nello stadio portata da sole donne ma non certo donne sole.
Bastava guardare il portamento di Sophia Loren, simbolo di un’Italia prosperosa, maggiorata, Italia che fu, mannaggia; eppoi la cilena Isabel Allende, scrittrice, o la marocchina Nawal El Moutawake, prima musulmana a vincere un oro olimpico, a Los Angeles sui 400 ostacoli, per dire poi di un’attrice, Susan Sarandon, oscar nel ’95 per Dead man walking, ultimi passi di vita di un condannato a morte (Sean Penn); e il premio Nobel 2004 per la Pace, la kenyota Wangari Maathai, poi Manuela Di Centa di tutti noi, e la Mutola, prima donna del Mozambico oro a Sydney sugli 800 metri, e a chiudere Somaly Mam, cambogiana, attivista per i diritti umani, da anni in battaglia contro lo sfruttamento delle bambine e giovani cambogiane.
Otto donne, il simbolo rosa di Giochi bianchi, per mettere il fiocco su un abito che è stato, per tutta la notte torinese, su misure femminili, nella filosofia, nell’eleganza. Quando è arrivato il momento delle squadre la festa è stata ancora più grande, dominata da Christelle e Alisa, Renate e Alexandra, Isabel, Danielle e Martina, Janica, Anne e Kirsten, Jessica e Natalia, Paulina e Jelena, tutte in prima fila, a tirare il gruppo. Poi è sbucata dal tunnel, là sotto la curva Filadelfia, miss Dorthe, la Holm, la skipper danese del curling. La suspense è durata un attimo solo, un millesimo di secondo, poi l’onda degli applausi ha soffiato sulla bandiera bianca e rossa; Dorthe l’ha tenuta alta la sua bandiera, sventolandola, cacciando allora il timore che un fuoco violento e vigliacco la rendesse polvere grigia. Cento metri di passerella mentre il pubblico osservava quelle cinque ragazze che rappresentavano il loro Paese e insieme difendevano il loro simbolo, un drappo che in questi giorni vive una storia agra e gli applausi sono cresciuti ancora. Lo stesso è accaduto quando è apparsa la bandiera d’Israele.
Via dunque dalla pazza cronaca, via, inseguendo altri visi dolci, mille ragazze con le gote imporporate dal fard e dal freddo che ha preso a soffiare sullo stadio. Notte finalmente bella per Chris Witte e per la sua bandiera con le strisce e le stelle, oggetto di culto e di vilipendio, bruciata ieri pomeriggio dai soliti furbetti del quartierino universitario, perché l’importante è emulare l’idiozia, per non restare ai margini della violenza pubblica, dunque delle povere news quotidiane.
Chris Witt ha camminato fiera verso il centro dello stadio e la gente attorno ha fatto salire l’applauso, fischi isolati, subito spenti, non segnalati insulti e nemmeno volgarità. Era festa e basta, era una vignetta allegra, era partecipazione all’evento, sgombrando l’aria fetida che ci ha seguito e inseguito in queste ore, quasi volessimo ritrovarci a raccontare adesso brutte immagini. Negativo. La non notizia diventa allora una notizia. Non è successo nulla, è successo tutto. Non so se il merito sia stato esclusivo delle donne. So che ci hanno dato una mano perché accadesse. E a Torino, addì dieci febbraio duemila e sei, è accaduto. Mentre là fuori, qualcuno stanotte ingoierà veleno, forse bevendo una coca cola. Prosit.