Brindisi d’élite a Uscio con il «Dolcetto di Altare»

Maria Vittoria Cascino

Un Dolcetto di almeno duecento anni per la seconda edizione di «Vin'Uscio 2006». Che il Comune di Uscio ha messo in scena domenica scorsa per raccontare ai palati il vino da tavola e l'olio d'oliva di Uscio. In apertura il convegno-dibattito su «Il vino e l'olio, due pilastri dell'alimentazione mediterranea».
Ma la storia fa un giro largo e un paio d'anni fa passa da un tavolaccio di campagna dove i soliti quattro amici fanno progetti. Su Uscio, su quella terra che curva in fascia ai piedi dell'Appennino. Tutta alta uguale, tutta esposta al sole. Fra loro c'è Paolo Terrile, oggi assessore all'agricoltura. Stanno lavorando alla sua candidatura. Ma un amico mette in tavola un bicchiere del suo, che mica è uguale agli altri. Poche piante, lì da sempre. Poche bottiglie, per le occasioni speciali. Terrile, che nella vita fa il medico chirurgo, fontanino doc e un cuore radicato nella terra, parla dei suoi sogni agricoli, del recupero dei sapori di Uscio. E poi c'è quel dolcetto centellinato che fa breccia. Inusuale per la zona. «Avevo letto qualcosa su un certo dolcetto di Altare di Uscio - ricorda Terrile - Vi era anche una data, 1817, che dava per certa la presenza del vitigno nel nostro Comune». Lo scorso anno segnalano la scoperta alla Regione. Che invia i suoi tecnici per monitorare le sette-otto piante durante tutto l'anno, fino all'analisi del prodotto finito. «Pochi mesi fa la conferma che il vitigno è un dolcetto, quindi un rosso, quindi pianta rara in Liguria. È sano e ha tutte la carte in regola per essere coltivato». Prende corpo il progetto ambizioso. «Mettiamo su il primo vigneto per aumentare la produzione».
Gli guardi le mani a Terrile. D'istinto. Che quel medico-contadino un po' sa di letteratura «Puntiamo ad una produzione di qualità per essere iscritti all'albo nazionale e magari un giorno avere la Doc». Ci crede. Ci credono. Gli occhi luccicano e i baffi tengono il ritmo quando ti racconta quel vino rosso rubino, asciutto, corposo, da tutto pasto e media gradazione alcolica (12.5 gradi), abboccato e profumato. «Ci aspettiamo grosse soddisfazioni per i prossimi anni». Anche perché l'idea è di creare un Consorzio di Tutela, «per avere un prodotto accettabile e inserirsi in un mercato di nicchia. Non so dove arriveremo, forse è un sogno. Ma ce la stiamo mettendo tutta».
Ad Altare di Uscio, le piante se ne stanno dietro la chiesa, verso la Colonia Arnaldi. «Uscio è tutto esposto a Levante, senza zone d'ombra. Il sole asciuga subito la rugiada del mattino. Il clima è uniforme, non ci sono variazioni di quota e la terra ha la stessa composizione». Tradotto: «ovunque metti il vitigno il risultato è invariato». Una scelta d'elite la via del Dolcetto d'Altare. Che si vede affiancata da altri progetti: «Abbiamo un olio finissimo che se la gioca con i migliori prodotti di Liguria e Italia. E poi c'è il vino da pasto, quello senza quarti di nobiltà, ma fresco, vivace e amabile, il nostralino. Che magari fosse servito nelle trattorie». Il progetto si allarga, ma tutto parte dal consorzio. Che diventerebbe il riferimento per le piccole produzioni locali. «Anche se qui la terra è più bassa che dalle altre parti». Te lo dice ridendo Terrile. Ma non scherza. Che adesso saranno pure in sei a mordere il freno per l'identità agricola di Uscio, ma aspettano il riflusso. Aspettano quelli che sono tornati a coltivare l'orto. A rimettere in discussione le proprie radici.