Brividi per Fini & C: la paura fa 316

Lo scontro tra i cofondatori del Pdl è sullo sfondo: il destino della
legislatura dipende dai peones. Chi rischia di non essere rieletto non si
azzarda a far cadere il governo sotto la "quota sicurezza"

La paura fa 316. Questa è la stagione dei peones. Quando la politica comincia a camminare sul filo e sotto c’è il buio gli «invisibili» cominciano a soffiare. Tocca a loro rallentare la caduta, prendere tempo, smorzare i toni, votare per la stabilità. La palude dei parlamentari senza nome ha un istinto di sopravvivenza animale, prima di abbandonare il caldo riparo di Montecitorio o Palazzo Madama si passano la voce in una diplomazia trasversale che punta a attutire tutte le scosse. È chiaro. Non saranno loro a decidere le sorti di un governo o di una legislatura. L’ultima mossa spetta sempre ai leader. I peones fanno solo da camera di compensazione, attutiscono le scosse. Te ne accorgi quando fai una passeggiata in Transatlantico, anche chi di solito promette tempesta in questi giorni sembra un’allievo di Gianni Letta, maestro di tutte le colombe. Non conta, diranno i politologi. Forse. Magari non basta. Ma fa clima. La verità che andare a votare in questa autunno di ombre e incertezze non piace a nessuno. Non piace ai peones che pensano allo stress delle elezioni, i soldi che se ne vanno, la scommessa sulle liste. Questa volta il capo mi tira la volata oppure no? Oggi onorevoli e senatori stanno nel Palazzo. Domani chissà.

Il guaio è che anche leader e consiglieri, capi e bracci destri ci vanno cauti con questa storia del voto. Il cielo non dà risposte certe. Sondaggisti, astrologi e cartomanti leggono solo scarabocchi e nel dubbio affastellano percentuali, carte, tarocchi e congiunture astrali che rassicurano tutti e nessuno. Ognuno può vincere o perdere per una manciata di imprevisti. Per esempio, come si fa a calcolare il peso dei delusi, dei disgustati, degli stanchi, di quelli che piuttosto vanno al mare anche d’inverno o di chi da una vita sogna che come nel romanzo di Saramago vincano le schede bianche o nulle? Troppi leader nella prossima partita si giocano tutto. Nessuno ancora se la sente di farlo al buio.

È per questo che 316, trecentosedici come i voti per sorreggere la maggioranza alla Camera, è la quota, il confine, che oggi fa paura. Se si va sotto è finita. Se si va sotto, bye bye legislatura. È il numero da non toccare, da non sfiorare, perché poi basta un attimo per mettere in moto un meccanismo senza più controllo. Non ci si avvicina Berlusconi, che pure ogni tanto è tentato di staccare la spina, non fosse altro per non stare a sentire i ricattucci di Fini. Il Cavaliere se c’è una cosa che non sopporta è sentirsi sotto scacco. Chi glielo fa fare di perseverare la convivenza con l’inquilino della porta accanto? Lo strappo di Fini ha oscurato il lavoro di questa maggioranza. Il Cavaliere non vuole andare al voto con l’eco delle risse da cortile. È stanco di guerre e prima dell’ultima battaglia lavora per riempire l’arsenale. Il risultato è che gli tocca scommettere sulla lealtà dei finiani e sperare su una stagione costituente.

Se Berlusconi rallenta, i finiani scansano Granata e vanno in giro con il freno a mano tirato. Parlano tanto. Dicono che restano fedeli alla maggioranza. Dicono che non vogliono tradire gli elettori. Certo, ma la messa in cantiere del nuovo partito è già una frattura. Quando uno presenta un nuovo soggetto politico dovrebbe battezzarlo con il voto. È una regola di realismo. È l’unico modo per misurare quanto vali. Fini e i finiani non ne hanno alcuna voglia. Andare alle elezioni? E come? Con quale faccia? Con un partito che è solo un’ipotesi? Meglio tirare a campare. Tormentare Berlusconi fino allo stremo. Ma c’è chi giura che appena il barometro sfiora quota 316 la pattuglia moderata dei finiani è pronta a riscoprire la sua vocazione pidiellina. Perfino i centristi potrebbero dare una mano, un mezzo voto nascosto nel taschino di Casini.

La paura certe volte è davvero rassicurante. Fa meno male dell’imprevisto. È quello che ormai pensano nell’inferno del Pd. È bastato che qualcuno gridasse elezioni e la terra dei morti viventi si è risvegliata. Come anime dannate hanno ricominciato a sputarsi in faccia, pronti a sparare al primo candidato premier così incauto da affacciarsi sulla soglia. Si sono sbranati davanti al fantasma di un «Papa straniero». Ormai si è capito che questa opposizione teme sopra tutto una cosa: tornare a vivere. Non hanno il potere di portare la politica sotto quota 316. Il paradosso è che neppure ci sperano. Anzi, al solo sospetto fanno scongiuri.

Resta la Lega. Il Senatùr potrebbe far sprofondare tutto. Non lo farà. Non adesso. Ha scelto di assecondare il premier. C’è ancora in ballo il federalismo. Non ci conta, ma non si sa mai. Si lascia lo sfizio di sparare qualche S.P.Q.R. e forse è un modo per non annoiarsi. La Lega abbaia ma non morde. Fino alle porte della primavera. Come si è lasciato sfuggire Maroni: «Secondo me a marzo si vota». Ma marzo, visto da qui, è ancora tanto lontano.