Brivido Tunisia, gli islamici oltre il 40%

Il conteggio dei dati completa la disfatta dei partiti laici: governerà una coalizione a guida musulmana. Sconfitte le fazioni più "occidentali". <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/esteri/hammamet_non_fa_festa_giu_mani_nostri_ba... target="_blank">Ma ad Hammamet non si festeggia</a></strong>: "Giù le mani dai nostri bar"

In Tunisia vincono, con un risultato record che potrebbe superare il 40% dei voti, gli islamici, ma saranno costretti ad allearsi con i partiti laici. E chi non ama i barbuti del Corano è già sceso in piazza al grido «vergogna» per supposti brogli.
Le prime elezioni libere dopo l'inizio della primavera araba hanno portato al potere Ennahda, il movimento di Rachid Ghannouchi costretto all'esilio in Gran Bretagna per 22 anni. Ieri sera su 67 seggi assegnati compresi quelli di Sfax e Susa, seconda e terza città del Paese, gli islamici erano in testa con 29 parlamentari. La sorpresa è la lista indipendente Aridha Chaabi, che ha conquistato 8 seggi e si batte per il terzo posto. La lista è guidata dall'outsider Hachmi Haamdi, un ricco uomo d'affari con base a Londra.

L'assemblea costituente sarà composta da 217 parlamentari.
«Questo è un momento storico. Il risultato dimostra che il popolo tunisino è legato alla sua identità islamica» ha sentenziato Zeinab Omri, una giovane con il velo che ha festeggiato la vittoria a Tunisi.

I primi risultati del voto dei residenti all'estero avevano già fatto capire dove soffiava il vento. Ennahda ha conquistato la metà dei seggi (9 su 18) previsti per il milione di tunisini che vivono in Europa e Stati Uniti. Da notare che la comunità più forte con circa 600mila persone risiede in Francia, ma al secondo posto ci sono i 152mila tunisini presenti in Italia.
«Sono molto preoccupato da questi risultati. I diritti delle donne verranno erosi. Si rischia un ritorno alla dittatura se Ennahda conquisterà la maggioranza dell'assemblea» spiega Meriam Othmani, giornalista di 28 anni.
A Tunisi centinaia di manifestanti hanno innalzato dei cartelli con scritte eloquenti: «Mai smettere di lottare» ed «Ennahda = 30 TND». Il riferimento è alle accuse che il partito islamico abbia comprato i voti per 30 dinari.

I vincitori gettano acqua sul fuoco e annunciano l'offerta di un governo di coalizione ai due partiti laici più forti. Il Congresso per la Repubblica era al secondo posto, con 11 seggi, quando ne dovevano venir assegnati ancora 150. Il suo leader, Moncef Marzouki, ha già detto sì al governo con gli islamici. Fermo difensore della libertà di parola, di associazione e dell'eguaglianza fra i sessi, il secondo partito tunisino, nato nel 2001, è stato legalizzato solo dopo la rivolta in Tunisia. Marzouki ha vissuto in esilio a Parigi ed il simbolo elettorale del movimento sono gli occhiali rossi che lo contraddistinguono. Il Congresso si colloca al centrosinistra, appoggia la causa palestinese e vuole «rinegoziare» gli impegni con l'Ue, che riguardano anche i clandestini.

L'altro partito laico, che si contende il terzo posto con la lista indipendente del miliardario di Londra, è il Forum democratico per il lavoro e le libertà. Meglio noto come Ettakatol, è stato fondato nel 1994 da Mustafà Ben Jaafar. Durante il regime di Ben Alì il partito, pur sopportato, era marginalizzato. Nel 2009 Jafaar, medico che si è formato in Francia, ha partecipato alle elezioni presidenziali. Ettakatol è un classico partito socialdemocratico, che al primo punto del programma ha voluto la separazione fra Stato e religione. Durante la campagna elettorale ha promesso la creazione di centomila posti di lavoro.

La formazione laica uscita sconfitta dalla tornata elettorale, che non vuole saperne di accordi con gli islamici, è il Partito Democratico progressista. Nato negli anni Ottanta, ha avuto vita dura ai tempi di Ben Ali. I due leader, Ahmed Nejib Chebbi e Maya Jribi, sono diventati famosi per gli scioperi della fame, ma dopo la rivoluzione il partito ha cominciato a perdere pezzi. Nel programma economico i progressisti puntano ad attirare turisti da India e Cina, oltre a sviluppare l'energia solare per esportarla in Europa.
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