Da Broadway al mondo la lunga marcia del musical

Canto, danza, recitazione: è lo spettacolo più completo. Nacque tutto 140 anni fa per caso: il corpo di ballo parigino dell’Academy of music fu mandato in scena durante un melodramma. Lo show rimase in calendario per 16 mesi e incassò un miliardo di dollari

Broadway, «la grande strada», percorre Manhattan da nord a sud come una spina dorsale. Tra le più antiche direttrici della città (risale ai tempi dei primi insediamenti olandesi del 1600) si srotola per circa venti chilometri spaccando in due le street di New York. Ma è soprattutto a una manciata di isolati tra la 42esima alla 53esima strada che questa via deve tutta la sua fama. Qui, una volta spento il sole si accendono le luci del Theatre District, la culla roboante del musical. Già nel 1880 gli americani definivano questo tratto di Broadway, la prima strada degli Stati Uniti a essere illuminata elettricamente, the Great White Way, «la grande strada bianca».
Una storia lunga 140 anni
La leggenda vuole che il musical theatre (poi abbreviato in musical) sia nato proprio qui 140 anni fa, nel 1866, dalle ceneri di un teatro, l'Academy of Music, andato distrutto in seguito a un incendio. I suoi produttori, che erano riusciti a salvare dalle fiamme un (costoso) corpo di ballo fatto venire apposta da Parigi, si erano rivolti a William Wheatley, impresario del teatro Niblo's Garden, che non si fece scappare l'occasione: mandare in scena i ballerini durante lo svolgimento del melodramma, che stava producendo in quel momento, The Black Crook. Era nato il musical: per la prima volta il pubblico aveva potuto, contemporaneamente, assistere a una recita, ascoltare un'orchestra e vedere un centinaio di «zingari» scatenarsi sui tacchi. The Black Crook andò in scena per 16 mesi di fila e incassò oltre un milione di dollari.
Da allora il musical è entrato a far parte dei più luccicanti miti americani. Il primo dopoguerra segnò il periodo d'oro di Broadway. George e Ira Gershwin introdussero il jazz in musical come Oh, Kay! (1926) e Funny Face (1927). Durante la Grande Depressione emersero i talenti di Fred e Adele Astaire, ma l'importanza della danza si affermò soprattutto in Oklahoma! (1943) che integrò canto e ballo con la trama e lo sviluppo dei personaggi. Questa formula venne riproposta in My Fair Lady (1956) e Camelot (1960), cui seguì West Side Story (1957) di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim.
Negli anni Sessanta, il rock'n'roll mise Broadway in secondo piano, ma la rivincita arrivò nel 1967 con Hair, definito «the American tribal love-rock musical» («il musical americano tribale dell'amore e del rock»), e in seguito con Jesus Christ Superstar (1971), Grease (1972), Chicago (1974), Cats (1982) e The Phantom of the Opera (1987). Ancora oggi, dal primo pomeriggio fino a notte fonda, i marciapiedi della «grande strada bianca» sono affollati dagli spettatori davanti ai botteghini dei teatri, tutti in coda per strappare un pezzetto del sogno di Broadway.
La seconda vita del musical
Negli ultimi anni anche in Italia stiamo assistendo a un boom di questo genere teatrale, con la moltiplicazione di scuole, programmi televisivi e allestimenti teatrali. Secondo Saverio Marconi, direttore della Compagnia della Rancia e considerato il punto di riferimento italiano del musical, a creare quello che è diventato un vero e proprio fenomeno di costume ha contribuito soprattutto uno show televisivo.
«Il programma Amici di Maria De Filippi ha riempito le aule dei corsi di danza e canto», spiega Marconi, impegnato nelle prove dello spettacolo Sweet Charity (dal 5 al 28 maggio al Teatro della Luna di Milano): «In realtà l'Italia non ha mai avuto una tradizione del musical: da noi ha sempre dominato la commedia musicale alla Aggiungi un posto a tavola di Garinei e Giovannini».
Attore drammatico e regista cinematografico e teatrale, Saverio Marconi, 58 anni compiuti da poco, ha fondato nel 1983 la Compagnia della Rancia (il nome è quello di un castello vicino a Tolentino, il paese marchigiano dove il gruppo è nato) diventata la principale società di produzione italiana di musical.
Alla sua esperienza sono da attribuire successi come Grease, il primo long-running show italiano che in pochi mesi e in due sole città ha battuto ogni record di pubblico e incasso segnando l'inizio di un rinnovato interesse per il genere in Italia. Dopo i musical originali Dance! e Pinocchio, nel 2005 ha diretto Tutti insieme appassionatamente con Michelle Hunziker, mentre all'inizio di quest'anno è stata la volta di The Producers con Enzo Iacchetti e Gianluca Guidi.
«Fin da bambino ho avuto una passione per il musical e da professionista ho voluto trasmetterla», continua Marconi, «sia attraverso la compagnia teatrale, sia aprendo, dall'anno scorso, una scuola a Milano» (www.fuorididanza.com).
Hollywood chiama Broadway
Il cinema ha da sempre attinto a piene mani dal nutrito repertorio del musical, basti pensare a film di successo come Chicago di Rob Marshall o The Producers di Susan Stroman. L'ultima pellicola ad arrivare sugli schermi italiani, il 21 aprile, è Rent diretta da Chris Columbus, il regista di Mrs. Doubtfire e dei primi due film della saga di Harry Potter. La storia è stata tratta dall'omonimo musical di Jonathan Larson, un giovane drammaturgo americano morto tragicamente per aneurisma cerebrale a 35 anni proprio dopo il debutto a New York dello spettacolo al quale aveva lavorato per sette anni.
«Rent («affitto») è basato su La Bohème di Puccini e racconta un anno di vita di un gruppo di giovani newyorkesi squattrinati che combattono per sopravvivere mentre incombe l'incubo dell'Aids (in Puccini lo spauracchio era la tubercolosi)», racconta Gianfranco Vergoni, 41 anni, che ha diretto la versione italiana del musical andata in scena fino al 12 febbraio a Milano.
«Fin da quando è stato rappresentato per la prima volta, esattamente dieci anni fa, ci si è resi conto che si trattava di un musical anomalo», continua Vergoni, che ha debuttato nel grande musical nel 1991 con la Compagnia della Rancia, «Rent non è uno spettacolo facile né consolatorio, ma fortemente drammatico. Piace, commuove ed entusiasma. Credo che il segreto della longevità del fascino di Broadway sia tutto nel riuscire a smuovere delle corde dentro ognuno di noi. Per questo riesce ancora a essere fonte d'ispirazione il mondo dell'arte. In America, addirittura, pare che riesca a tenere testa a cinema e televisione».
Secondo Vergoni, che sta lavorando a fianco del regista Fabrizio Angelini nel musical Nunsense al Teatro della Cometa di Roma, «Broadway è il sogno nel cassetto di molti attori italiani. Ma non tutti hanno la preparazione fisica adatta, soprattutto certo personaggi che provengono dal mondo della televisione». E visto che per lui quello è un sogno già avverato, afferma di volere, nel prossimo futuro, scrivere e dirigere un musical assolutamente originale. Del resto, come canta Mark, il personaggio dell'aspirante regista di Rent: «Il contrario di guerra non è pace. È creazione».