Da Brooklyn alla tolleranza zero. Così è nato lo sceriffo d’America

Le elezioni americane sono l’evento politico globale del 2008. Per la prima volta unadonna,un afroamericano, un italoamericano, un mormone possono arrivare alla Casa Bianca. La prima volta (Limina Edizioni, pagg. 185, euro 15) è il titolo del libro di Giuseppe De Bellis, in libreria dal 18 gennaio scorso. Ecco un estratto del capitolo "Myname is Rudy"

Il candidato imperfetto si muove a scatti. Oggi ci sono quattro tappe, altro che chiacchiere. Qui ci si gioca il domani, il futuro, il Paese, se stessi e altri trecento milioni di individui sotto attacco permanente. Non c’è tempo per Rudy Giuliani. Non c’è mai stato. «Sono l’unico candidato coast to coast». Non ha terra politica perché la sua sarebbe New York, ma New York è e resta democratica. Allora è senza casa, senza padrini e senza padroni. Un po’ è anche il suo carattere, da sempre forte, complicato e difficilmente gestibile. Leale, dicono. Leale con chi è leale con lui, soprattutto. Poi duro, ambizioso, a volte irascibile: «Io la penso così, se non vi piace pazienza. È un problema vostro». Giuliani non vive con l’obbligo di piacere. Non l’ha mai fatto. Arrogante, sfacciato, politicamente scorretto. Il mondo se lo ricorda con la mascherina sulle macerie di Ground Zero, con il berretto Dipartimento di polizia di New York. Se lo ricorda parlare e piangere di fronte all’Assemblea delle Nazioni Unite. La gente lo conosce e lo riconosce. Giuliani è l’uomo della sicurezza. Lui, il figlio di Harold Angel Giuliani e Helen D’Avanzo, figli di due immigrati italiani di Montecatini. Lui, l’ex procuratore distrettuale che ha fatto fuori la mafia e ripulito Wall Street, il sindaco della tolleranza zero.
Rudy è un tipo deciso da un giorno del 1950. Aveva sei anni. Brooklyn era un inferno: caldo e violenza. Poi i Dodgers, il simbolo del quartiere, la mazza e il guantone, l’elmetto azzurro, lontano, diverso e odiato dagli altri, quelli del Bronx. Gli Yankees. Cioè la squadra del padre, nato e cresciuto ad Harlem a due passi dal sogno di Babe Ruth. Diventò anche la squadra di Rudy. Se lo ricorda sempre quel giorno: il padre lo vestì con la divisa a strisce degli Yankees nuova nuova e lo mandò così in giro per le strade di Brooklyn piene di tifosi dei Dodgers. Fu accerchiato da una gang di ragazzini: cominciarono a prenderlo in giro, a tirargli la maglia, a cercare di togliergli il cappello. «È stato il primo momento di grande orgoglio della mia vita. Li affrontai tutti, alzai la testa: “Sì sono un fan degli Yankees. Rimarrò un fan degli Yankees”. Era come essere diventato un martire. Io non voglio insegnare agli altri la mia religione, ma nessuno può cambiare la mia». È un’idea fissa, un refrain costante: Rudolph William Louis Giuliani deve dimostrare sempre di non essere uno come gli altri. È rimasto fedele a una via propria, al ritratto del conservatore liberal, cioè di un ossimoro politico che è il suo tratto più riconoscibile. Pro-aborto, sostenitore dei diritti dei gay e di una regolamentazione del porto d’armi. È un borderline e questo è il più grande pregio e il peggior limite allo stesso tempo. Quello che può promettere alla nazione è di essere un comandante in capo, deciso, forte, sensibile. Lo dice sempre: «Io sono pronto a difendere il mio Paese e so di essere il migliore a farlo». La certezza gliel’ha data la scuola dura dei preti cattolici e una vita da sempre divisa tra guardie e ladri. Il papà Harold era un pugile di terza fascia che alla fine della carriera ebbe qualche guaio con la polizia: finì in cella a Sing Sing. Carcerato numero 89183. Quando uscì di galera andò a lavorare nella taverna di un cognato che poi si scoprì essere legato a una piccola cosca newyorkese.
Ripulito, Harold decise di portare la famiglia lontana dai pericoli di Pig City, la zona degli immigrati di Brooklyn dove viveva: finirono in un paesino di Long Island. Lì crebbe Rudy, educato dal padre al rispetto ossessivo della legge. Ricorda, Giuliani: gli zii poliziotti, il padre che gli ripeteva sempre di restare lontano dai guai. Il suo mito, Harold, più di Churchill e di Fiorello La Guardia. Ordine e pulizia. Non gli è mai passata la fissazione. Da procuratore distrettuale fece spaventare mezza America. Da sindaco uguale. «Se la gente avesse voluto qualcuno cortese e a modo si sarebbero tenuti Dinkins, io sono qui per risolvere i problemi». Giuliani ereditò una città devastata, al secondo punto più basso della storia, dopo il tracollo sociale e civile di fine anni Settanta. Quando arrivò alla City Hall trovò che il predecessore aveva aumentato le tasse di un miliardo di dollari, ma ne aveva ancora due di deficit, a bilancio erano stati spesi per il welfare gli stessi soldi che il Comune spese durante gli anni della Grande Depressione. I Simpsons in quei mesi decisero di ambientare una puntata del cartone a Manhattan. A un certo punto, Homer si trovava a Times Square e sullo sfondo compariva una scritta elettronica: «Criminalità più otto milioni per cento». In due mandati, Giuliani ha ridotto di due terzi la criminalità, tolto 691mila newyorkesi dall’assistenza sociale, ridisegnato il volto della città, fatto crescere il valore degli immobili, fatto tornare le grandi corporation che se ne erano andate.
Gli piace essere temuto, più che amato. Voleva farsi sacerdote, poi cambiò idea. Al collegio imparò a essere educato e un po’ burbero, però anche ad amare l’opera. La musica è la consolazione. È la pace, l’unica. Perché è un tipo in guerra costante. Anche col mondo. Cacciò Yasser Arafat dalle Nazioni Unite, perché l’Onu aveva sede a New York, il padrone di casa era lui e a lui Arafat non piaceva. «Non è ospite gradito». Rifiutò un assegno da 10 milioni di dollari della famiglia reale saudita, perché leader del Paese che aveva fatto nascere Osama Bin Laden. Da presidente il suo obiettivo sarebbe l’Iran. Giuliani l’ha detto e scritto: con lui alla Casa Bianca Teheran non potrebbe continuare il processo nucleare senza rischiare davvero. Ha una politica estera precisa, Rudy. L’ha disegnata su misura per lui uno staff potente e forte. L’idea è di mostrare all’America che di Giuliani ci si può fidare. Con i suoi colpi di testa, però. Con le sue follie. Nessuno può snaturarlo. Rudy non lo permetterebbe mai. Il suo idolo è e resta il padre, Harold. Quello che morì per un principio, per una decisione che nessuno poté fargli cambiare. Aveva un tumore alla prostata. Rifiutò l’operazione che gli avrebbe salvato la vita: «Io le palle non me le faccio toccare da nessuno».