Brown in crisi gioca la carta Harry Potter

da Londra

Tre libri in quattro anni. Come premier forse non sarà un granché, ma come scrittore bisogna dire che almeno è prolifico. Certo è che saranno in parecchi in Gran Bretagna a chiedersi se il nuovo libro che Gordon Brown sta scrivendo sulla «britannicità» è una semplice opera letteraria o un più sottile tentativo di risollevare le sorti del Labour, colato a picco nei sondaggi degli ultimi sei mesi.
David Cameron fa il verde e i Conservatori mettono le mani sulla poltrona del sindaco di Londra? Brown risponde con l'ennesimo volume di saggistica, che dovrebbe uscire nelle librerie nazionali a febbraio del 2009, come confermato dall’editore Bill Campbell. Il tema - non nuovo per Brown - verrà dibattuto nei vari capitoli dallo stesso autore insieme ad illustri compatrioti. E la trovata migliore del libro sta proprio nella scelta degli interlocutori con i quali il primo ministro ha deciso di confrontarsi: personaggi del mondo religioso e di quello laico, politici, scrittori, vescovi e produttori musicali.
«Tutto è nato da un'idea di Gordon - ha spiegato Campbell - che ha dato al dibattito un sostanziale e personale contributo. Ha avvicinato diversi arcivescovi e rappresentanti religiosi, nonché scrittori come Ian Rankin e Sir George Martin, l'ex produttore dei Beatles. Si tratta di una lista molto ampia e il libro intende riflettere le diversità di quello che significa essere britannici oggi». Se la curiosità suscitata per il nuovo libro e un suo eventuale ingresso nelle classifiche di vendita riusciranno a ridare un po' di smalto al povero Brown, questo rimane ancora tutto da vedere, ma lui ce la mette tutta. Tanto che tra i contributors eccellenti della sua opera va annoverata perfino la scrittrice ormai miliardaria JK Rowling, celebre «mamma» di Harry Potter. E in effetti di questi tempi, viene da pensare che al Labour servirebbe proprio l'aiuto di un maghetto per ritrovare lo sprint dei bei tempi di Tony Blair.
Il prossimo libro di Brown ha già i suoi detrattori tra i rappresentanti del partito nazionalista scozzese che hanno definito l'intera operazione un fallimento a priori. «Tutto questo è troppo poco e arriva troppo tardi per il povero vecchio Gordon - ha commentato sarcastico il premier scozzese Alex Salmond, suo connazionale - la gente ha bisogno di un leader deciso». Va detto che la britannicità e i suoi valori sono da sempre un chiodo fisso per Brown che ne ha enfatizzato la promozione molto prima di guidare il Labour. Nel difendere le sue opinioni in materia ad esempio, il premier ha sempre ricordato come, secondo gli storici, prima del 1707, solo il 3 per cento degli scozzesi avesse dei parenti inglesi. E i contatti tra le due nazioni erano praticamente inesistenti. «Oggi è incredibile che il 50 per cento degli scozzesi abbiano parenti stretti in Inghilterra - ha affermato Brown -, così sembra strano che ci sia ancora qualcuno che parla di divisioni quando c'è un legame così forte che ci unisce».
Qualche dubbio sui veri motivi che avrebbero spinto il leader laburista all'ultima stesura arrivano però anche dal quotidiano riformista Guardian. «Il terzo libro - si chiedeva ieri il commentatore di turno -: ma quando lo trova il tempo di scrivere mister Brown? Del resto l'ultima fatica di Tony Blair fruttò all'ex premier 5 milioni di sterline. Che Brown stia già guardando al suo futuro?».