Brown tifa il nemico per salvare il posto

Alle elezioni per il sindaco di Londra il premier laburista punta
sull’odiato Livingstone. Obiettivo: non cedere la capitale (e il
governo) ai Tory

Londra - Parigi val bene una messa? Anche Londra allora merita una conversione politica. Come Enrico di Navarra (che aderì al cattolicesimo pur di prendere il trono di Francia), così Gordon Brown è stato costretto a sposare la causa di Ken Livingstone pur di giocare le sue ultime e più difficili carte. Il primo ministro e l’attuale sindaco della capitale sono nemici di vecchia data. Due opposti: l’uno scozzese puritano e rigoroso, l’altro, «Ken il rosso», stravagante e provocatore. Eppure le sorti del primo sono oggi indissolubilmente legate a quelle del sindaco di Londra. La partita che il primo maggio si gioca nella capitale, le elezioni per la scelta del sindaco in cui Livingstone corre per il terzo mandato consecutivo, saranno una prova durissima per Brown, una competizione che rischia di trasformarsi in un referendum politico sulla sua leadership. Così il premier non ha potuto che appoggiare l’odiato Ken.

D’altra parte la popolarità del capo di governo è ai minimi storici: i sondaggi dicono che i conservatori sono al 44 per cento (punta massima dal 1992) contro il 28 per cento dei laburisti e il premier è considerato da sei elettori su dieci un campione di «indecisione» e dagli inglesi uno dei premier meno graditi (solo il 5% dei consensi) rispetto ai gloriosi predecessori Margaret Thatcher (27 per cento) e Tony Blair (20 per cento). Un’opinione condivisa anche da alcuni membri del governo e da molti parlamentari laburisti. La poltrona di Brown, insomma, è a rischio. E la prova che il Labour dovrà affrontare il primo maggio, il rischio che la città finisca nelle mani del conservatore Boris Johnson e che i laburisti possano perdere nella stessa giornata 200 seggi alle amministrative, potrebbe essere cruciale per il premier e spingere il partito a una revisione della politica e delle strategie elettorali. Il ministro per la Scuola e l’Infanzia, Ed Balls, ha dovuto dichiarare di non essere a capo di una fronda che lo vorrebbe primo ministro, confermando indirettamente che il partito ribolle perché dopo il primo maggio si trovi un successore di Brown.

Così il destino del premier potrebbe essere nelle mani del più irriverente, bizzarro e incontrollabile sindaco che Londra ricordi. «Ken il rosso», 63 anni, è l’uomo che ha introdotto nella capitale la congestion charge, la tassa sul traffico in nome dell’ambientalismo e che vuole tassare i Suv («quando faccio pipì non tiro lo sciacquone», raccontò), è il sindaco che ha riportato Londra al grande splendore internazionale, ma anche il primo cittadino che ha dato del nazista a un giornalista ebreo, che ha dichiarato qualche giorno fa di avere, oltre ai due figli «ufficiali» altri tre figli da due donne diverse, e che ha stretto un’alleanza con i verdi favorevoli alla legalizzazione dell’ecstasy.

L’avversario? Un personaggio ancora più bizzarro di Ken. Boris Johnson, che è tra l’altro favorito (ieri un sondaggio pronosticava un testa a testa ma finora Johnson è stato dato 13 punti percentuali più avanti), 48 anni, è il mago delle gaffe. Ha definito i popoli del Commonwealth «piccaninnies», negretti, i ministri di Papua cannibali, quando non arriva in ritardo alle conferenze stampa, le diserta senza preavviso e viene tenuto dal suo entourage lontano dai giornalisti proprio per evitare che ne dica una delle sue. Eppure potrebbe essere l’uomo della disfatta di Ken e di Gordon Brown. Difende gli storici bus a due piani, vuole piantare diecimila alberi e mettere al bando gli alcolici sui trasporti pubblici. Il leader dei Tory, David Cameron, non vede l’ora che guidi la città. E che gli spiani la strada.