Bruce Springsteen e il "disco perfetto"

La rassegna si rianima con l’arrivo del Boss: ai fan in delirio mostra "The promise", il film sulla nascita dell’album cult del ’78

Roma - Semplicemente commovente. Semplicemente trascinante. Come è stato ed è ancora per intere generazioni, lui, The Boss. Vero «evento speciale» del Festival, atteso da migliaia di fan, ieri sera Bruce Springsteen si è presentato con tutti i suoi 61 anni sul tappeto rosso e umido dell'Auditorium (non riusciva a smettere di fare autografi) per presenziare alla proiezione di The Promise: The making of Darkness on the Edge of Town, il documentario di Thom Zimny sul backstage del disco forse più dirompente di tutta la sua carriera. Ottanta minuti di interviste, ricordi, flashback, testimonianze dei componenti della leggendaria E Street Band, da Little Steven a Clarence Clemons, al produttore Jon Landau, alla moglie Patti Scialfa. E soprattutto lui, generoso nello svelare i segreti di quegli anni tra il 1976 e il 1978 in cui insieme con il suo gruppo visse un «processo creativo irripetibile». Il documentario di Zimny ci mostra tutti i protagonisti nel bianco e nero dell’epoca, le basette sui volti spigolosi, l’energia che trabocca dai corpi, le riunioni per perfezionare il suono della batteria e ora gli stessi personaggi che svelano quella stagione d’oro dietro la barba imbiancata, il profilo arrotondato, con la consapevolezza conquistata dopo, di come nacquero perle come The Promise, Fire, Racing in the Street, Because the night, completata da Patti Smith, e Darkness on the Edge of Town.

Reduce dal successo di Born to Run, Springsteen entra in una fase di riflessione su se stesso e le ragioni della propria popolarità. E capisce che, più ancora che la fama e la ricchezza, gli interessa stare attaccato alle proprie radici. In lui si fa strada un senso di gratitudine per ciò che gli è capitato e per la possibilità di avere intorno persone che gli vogliono bene. Ma quando scoppia la grana con Mike Appel, il suo manager storico che voleva determinarne la carriera, tutto sembra complicarsi. La causa per riconquistare la piena autonomia espressiva però non asciuga la vena creativa di Bruce. Anzi: «Il suo modo di risolvere i problemi era scrivere canzoni», ricorda Jon Landau. «Puoi perdere il diritto di incidere, ma non puoi perdere quello che hai nel profondo», sintetizza lo Springsteen di oggi.

Soprattutto «avevo la libertà che mi dava stare nel luogo al quale appartenevo. Con la mia gente. Anche se il futuro era incerto. E mio padre continuava a lavorare in fabbrica». L'onda di Born to Run è ancora forte, ma c'è la paura che resti un'esperienza isolata, una meteora: «Quanti articoli avevo letto che cominciavano con un “Che cosa è successo a…“». Il nuovo disco avrebbe dovuto essere qualcosa di diverso, un vero «film sonoro». Perché Springsteen sta prendendo coscienza che «il rock significava il continuo adesso». Risolti i problemi legali, la band si chiude nella casa di Bruce e inizia a provare senza sosta per giorni e giorni.

Un lavoro pignolo, perfezionista, maniacale, alla ricerca di «un suono disincantato che esprimesse un senso di solitudine, di viaggio dentro di sé, niente di dolce. Non un suono eclettico. Un suono nero come il caffè». Bruce scrive di continuo, cambia versioni, cerca soluzioni alternative. Alla fine di una giornata di prove, apre quello che chiama «il quaderno delle idee» e comincia a intonare un altro brano. «Per Born to Run - svela Little Steven - scrisse dieci canzoni e nove entrarono nell'album. Per Darkness ne arrivò a creare settanta, alcune in più versioni. Da quella volta il processo di scrivere dieci canzoni che diventano il disco finì per sempre. Lui aveva chiaro in testa che cosa voleva». Springsteen inzia ad ascoltare il country, una musica ha il senso delle questioni che «devono affrontare gli adulti».

Poco alla volta «spogliai la scaletta e in Promised Land, Badlands, in Factory entrarono espressioni che dicevano come possiamo onorare la comunità, come possiamo onorare la vita, come possiamo amare i nostri genitori. Avevamo un istinto messianico del nostro lavoro - è ancora Bruce che parla - questo disco salverà il mondo, ci dicevamo. E capimmo che diventando adulti si devono anche fare dei compromessi con il mondo, ma sulle cose essenziali no. Si possono perdere le illusioni, ma si deve aggrapparsi alle possibilità. Per farsi strada durante il giorno e dormire di notte».