Bruce Willis non molla: "Ho un filo di pancia ma sono ancora macho"

Pur avendo un filo di pancetta da cinquantaduenne comunque palestrato, ancora tiene botta come detective McClane

Roma - «Che ci faccio, io, qui?», si chiede Bruce, ma non è Chatwin, l’autore vagabondo, a farsi la domanda delle domande. Si tratta dell’ugualmente avventuroso Willis, Bruce Willis, celebrità muscolare planata ieri nel cuore dell’ottobrata romana per promuovere il suo Die Hard. Vivere o morire (dal 26 al cinema), con il coriaceo attore protagonista della popolare saga dei tipi tosti, qui firmata da Len Wiseman. Certo che si stupisce di se medesimo, l’ex marito di Demi Moore, perché pur avendo un filo di pancetta da cinquantaduenne comunque palestrato, ancora tiene botta come detective McClane. «Il tempo passa e il personaggio è cresciuto con me, che ho cominciato Die Hard a trentadue anni, dopo aver fatto un po’ di televisione e basta. Né credo che il mio protagonista sia cambiato: è solo più vecchio, più lento, più irritabile rispetto ai film precedenti. E, in quest’aspetto, molti si identificheranno», spiega come dicendo messa, con voce monotona di chi ripete le stesse cose da giorni. Al lancio parigino del film, per esempio, Willis ha preso e se l’è filata all’inglese, perché il solito giornalista ficcanaso gli aveva chiesto di quelle foto nude, scattate a Demi dal giovane compagno ora fisso in casa Moore. A Roma, invece, dove sanno come trattare le celebrities, Bruce ha stretto le mani a chi ha dovuto aspettarlo per più di mezz’ora («scusate, non riuscivo a trovare un importante capo d’abbigliamento», ha riferito delle sue mutande scomparse), sfoggiando un paio di interessanti bicipiti, magari leggermente avvizziti in superficie, sotto alla t-shirt bianca elasticizzata. «È stato difficile reggere alle riprese serrate e veloci? Oggi non rimbalzo più tanto rapidamente: ci metto più tempo a buttarmi dalle auto in corsa e mi faccio più male di prima. Infatti, sul set ho avuto alcuni incidenti. Poi, devo competere con certi ragazzi, che all’epoca dei miei primi Die Hard non erano neanche nati!», dice con l’umiltà delle vecchie querce. Sul grande schermo la sua simpatica canaglia, col ferro sotto l’ascella, deve vedersela con gli hacker etici. Naturalmente è il 4 luglio, il fatidico Giorno dell’indipendenza Usa e mentre un tenebroso fuoriuscito (l’hawaiiano Timothy Olyphant) mette in ginocchio il paese, sferrando un poderoso attacco alle infrastrutture (dai semafori alle centrali del gas, tutto si blocca via Rete), il sardonico McClane, poliziotto vecchio stile contestato dalla figlia Lucy (la cugina di Ava Gardner, Mary Elizabeth Winstead) e da Matt, col quale instaura un rapporto filiale, dà le piste a tutti. Gli effetti spettacolari si sprecano e si ride di gusto, una sequenza acrobatica via l’altra. «Da tanto volevamo introdurre il concetto di conflitto generazionale. Ho lavorato sul lato comico del mio eroe masochista: l’importante è che ci sia sangue ovunque. L’obiettivo è mostrare cose incredibili. Lo spettatore fa un giro sulle montagne russe, tira il fiato e dice: cavolo» dice l’artista, fondatore d’una compagnia di teatro e capo d’un gruppo musicale. Nel futuro di Bruce Willis, che da piccolo, nel New Jersey dov’è cresciuto, mai pensava che un nero o una donna potessero correre per la Casa Bianca («e invece, oggi, ci sono tutt’e due») si profilano film impegnativi. «Girerò con Oliver Stone Pinkville, ispirato al massacro di Milay, nel Vietnam del 1968, fatto ignorato dai giovani. E con Robert Redford Against all enemies (Contro tutti i nemici), tratto dall’omonimo libro di Richard Clarke. Non sarà un film popolare: abbiamo contro la Casa Bianca. Però gireremo ugualmente». Duri a morire, appunto.