Brucia la baracca, romena in fin di vita

Salva per miracolo nell’incendio della sua baracca. Una romena di 42 anni è rimasta gravemente ferita dopo che la capanna in cui viveva sugli argini del Tevere nei pressi della Tangenziale è andata in fumo. La donna ha riportato ustioni sul 90 per cento del corpo ed è ora ricoverata in gravi condizioni al Sant’Eugenio. La nomade si era ricavata un rifugio di fortuna in un vano sotto il ponte della tangenziale che da via Salaria porta all’Olimpica. Cosciente, anche se in forte stato di choc, avrebbe sostenuto di essere stata chiusa dentro alla baracca dal marito. Nella porta dell’abitazione di fortuna, i soccorritori hanno, infatti, trovato un lucchetto serrato che è stato necessario rompere.
Molte le reazioni politiche all’ennesimo caso di cronaca nera che vede coinvolti cittadini romeni non integrati col resto della cittadinanza. «La situazione baraccopoli in IV Municipio si fa sempre più insostenibile, questo gravissimo episodio va ad aggiungersi a quello in cui nel mese di agosto fu ritrovato il corpo carbonizzato di un senzatetto che alloggiavà sotto il viadotto Gronchi e a quello dell’incendio delle baracche abitate da romeni sulle sponde del fiume Aniene, dietro il Pratone delle Valli», dichiarano in una nota Francesco Filini, consigliere del Municipio IV e Fabrizio Ghera, consigliere capitolino di Alleanza nazionale.
«Proprio ieri - ha aggiunto Ghera - abbiamo fatto presente al Prefetto Mosca la grave situazione delle oltre cento baraccopoli romene, fatti gravi come questi possono accadere ogni giorno, ora ci aspettiamo interventi repentini da parte dell’amministrazione per debellare questo triste fenomeno».
«È inammissibile che nella Capitale di uno dei Paesi più industrializzati del mondo - dichiara il deputato di An Fabio Rampelli - si debbano continuare a contare feriti e morti per indigenza per cause di degrado ambientale». «Dobbiamo ospitare in Italia - aggiunge - solo quelle persone che riusciamo ad assistere, alle quali la nostra società è in grado di offrire un lavoro dignitoso e un regime di vita onesto. Non c’è alcuna forma di umanitarismo nel lasciare i poveri, i baraccati, i bambini e le donne sfruttate all’autoconsunzione, c’è invece una neanche troppo celata forma di egoismo sociale e di razzismo perbenista».