Brucia la De Longhi Paura diossina a Treviso

Fiamme nella fabbrica di elettrodomestici innescate dall’esplosione di alcune bombole di gas nel reparto verniciatura. Sarà riaperto il vecchio stabilimento. Il prefetto: "Evitate di mangiare verdure e chiudete le finestre". I tecnici Arpa: "Non esiste un rischio concreto"

Treviso - Una raffica di scoppi, «botti tremendi» raccontano i testimoni, poi le fiamme, vampate alte decine di metri che in pochi secondi si sono estese a tutto il capannone. E il fumo, un turbine nero, denso, soffocante, una colonna compatta che vedevano anche a Venezia e che ha fatto temere il peggio. È bruciata la De Longhi, una delle più conosciute fabbriche italiane di elettrodomestici, quella dei «pinguini» e delle macchine per il caffè espresso, un'azienda che di recente aveva riportato a Treviso larga parte della produzione esportata in Cina perché laggiù manca la qualità necessaria.

Ieri pomeriggio il capannone adiacente al «cuore» della De Longhi, alla periferia est del capoluogo al confine con Silea, è stato distrutto. Il fuoco è scoppiato all'ora di pranzo, poco dopo le 13, quando larga parte del migliaio di dipendenti del centro produttivo era in pausa. Il magazzino conteneva soprattutto imballaggi di cartone e polistirolo. Le cause del disastro non sono ancora chiarite, sembra che l'incendio sia divampato in un'ala con il tetto in ristrutturazione; qualcuno parla anche di un muletto per movimentare merci la cui batteria sotto carica è andata in corto circuito. Il rogo ha raso al suolo un'area di 40mila metri quadrati.

E la preoccupazione più forte, oltre a quella di domare le fiamme, è stata l'impenetrabile coltre scura che ha avvolto la zona e che un vento leggero ha tenuto lontana dal centro cittadino: la plastica bruciata sprigiona diossina e altre sostanze inquinanti. Sulla Marca è calato lo spettro di una nuova Seveso. L'allarme è stato lanciato dal colonnello Michele Sarno, comandante del Noe (Nucleo operativo ecologico) del Nord Italia dei carabinieri al termine di un sopralluogo. Per alcune ore il panico ha attanagliato l'intera Treviso. Le sirene dei mezzi di soccorso, i megafoni della Protezione civile che urlavano di «tenere chiuse porte e finestre, non sostare all'aria aperta e proteggere le vie respiratorie», i volontari che distribuivano mascherine, la scarsità di notizie.

La zona è stata chiusa al traffico nel raggio di un chilometro e mezzo. Il quartiere periferico punteggiato di villette, piccoli condomini e case rurali e si è trasformato in un rione fantasma. Una decina di abitazioni più esposte al fumo è stata evacuata; allontanati tutti i lavoratori della De Longhi e delle fabbriche adiacenti. Una famiglia è andata al pronto soccorso per farsi controllare, ma non ci sono stati feriti. Per spegnere le fiamme sono accorse squadre dei vigili del fuoco anche da Mestre e dall'aeroporto di Venezia, con schiumogeni e due elicotteri.

Alle 17 una riunione in prefettura a Treviso ha però escluso rischi legati alla diossina in base alle prime analisi dell'Arpav (l'Azienda regionale veneta per la protezione ambientale): «Sia per il settore dove si è svolto l'incendio, sia per il tipo di materiale incendiato non si ritiene che vi siano conseguenze per la salute dei cittadini». Colore e densità del fumo non erano dovuti alla plastica ma al catrame che isolava le strutture. Un secondo vertice in serata, presenti anche i sottosegretari Ettore Rosato e Giampiero Scanu, ha confermato che la situazione è meno grave di quanto si temeva: ulteriori analisi eseguite anche dove si erano depositati i fumi hanno ribadito l'assenza di cianuri e la minima concentrazione di altre sostanze tossiche (acido cloridrico e cianidrico, toluene, xilene). Definitivamente rientrato anche l'allarme diossina.

Così già in serata il blocco del traffico è stato ridotto al minimo, non sono state decise evacuazioni né chiusure delle scuole: si consiglia soltanto di non mangiare verdura raccolta nella zona mentre oggi gli studenti faranno la ricreazione in classe. Il fuoco è stato spento verso le 18.30: l'incendio si è mangiato un capannone con le linee produttive delle macchine per caffè che dava lavoro a 450 operai ma ha risparmiato la palazzina degli uffici dove altri 500 dipendenti svolgono il lavoro amministrativo e soprattutto quello di ricerca e sperimentazione: il patrimonio tecnologico, insomma, è salvo.
Giuseppe De Longhi ha deciso che la produzione sarà spostata in altri stabilimenti sempre nel Trevigiano dove l'attività dovrebbe riprendere entro venti giorni.