Brunello "allungato": all'origine un esperimento

Il 30-40% del vino prodotto nel 2003 - ma sotto la lente ci sono anche le annate dal 2004 al 2007 - rischia di non potersi fregiare né
del marchio di Docg né del nome "Brunello". La ricetta per allungare il vino circolava su Internet

Siena - La notizia ha fatto il giro del mondo: il Brunello "taroccato", del resto, non poteva passare inosservato. L'inchiesta che ha portato al sequestro di alcune importanti aziende vitivinicole potrebbe essere nata da un esperimento, finito poi su internet. Il Sangiovese sarebbe stato mescolato ad altri vitigni. Niente di imbevibile, per carità, ma di certo un imbroglio per i consumatori. Un danno, più che alla salute alle loro tasche. Nel 1996 alcuni enologhi mescolarono delle uve per cercare di produrre un nuovo tipo di vino. Il risultato probabilmente fu più che dignitoso tanto che la "ricetta" finì su un libro e poi su Internet.

A distanza di anni alcuni produttori avrebbero preso a modello quell'esperimento producendo - al di là dei rigidi protocolli del Brunello - un vino "meno impegnativo", più adatto all'esportazione extraeuropea. Sì, insomma, un vino per palati meno fini.

Sarebbero nate così, scopiazzando da Internet, le "ricette misteriose" sequestrate dalla Guardia di finanza. Le Fiamme gialle hanno fatto centro grazie anche a un dettagliato esposto presentato da un produttore di Brunello. Trovati e sequestrati anche i rapporti del Consorzio dove era già stata registrata la presenza di vitigni non proprio in regola con i protocolli.

Non sarebbe una sofisticazione in piena regola. Alla fine i consumatori bevevano vino, probabilmente anche buono. Il fatto, però, è che non si trattava di Brunello. Il problema più grosso a questo punto è il danno d'immagine a livello internazionale. Ovunque nel mondo "Brunello" indica il top in termini di qualità, senza bisogno di fare corsi di degustazione. Questa storiaccia potrebbe avere gravissime ripercussioni.

Il lavoro degli investigatori sta rivelando una frode colossale. Se le accuse dovessero essere confermate il 30-40% del vino prodotto nel 2003 (ma sotto la lente ci sono anche le annate dal 2004 al 2007) rischierebbe di non potersi fregiare né del marchio di Denominazione d’origine controllata e garantita né del nome "Brunello".

Slow Food Distinguere chiaramente le due vicende, ovvero il caso delle sofisticazioni del vino e le irregolarità sul Brunello. Il presidente di Slow Food Italia, Roberto Burdese, è perentorio: "E' necessario distinguere chiaramente le due vicende e non bisogna correre il rischio di metterle sullo stesso piano - afferma -. La prima è una sofisticazione alimentare in piena regola che mette in pericolo la salute stessa del consumatore ed è un episodio di una gravità inaudita, che ci riporta al terribile scandalo del metanolo del 1986". La seconda, quella sul mancato rispetto del disciplinare di produzione del Brunello di Montalcino, è una "frode commerciale, grave per l’immagine e l’economia del vino italiano di qualità, ma di profilo ben diverso rispetto all’altra". Secondo Burdese, l’aver mescolato i due casi "ha generato una grande confusione, persino tra i padiglioni del Vinitaly, figuriamoci nel consumatore medio".