Brunetta: "Fini alla Camera? Ormai è incompatibile"

Il ministro della Pubblica amministrazione: "Provo disagio e dolore
quando lo vedo sul seggio più alto di Montecitorio, perché non può
logorare la maggioranza che l’ha eletto. Gianfranco rischia di mandare
all’aria il lavoro fatto finora"

Roma - «Guardi glielo assicuro: un sacco di gente mi ferma per strada e mi chiede con allarme, ma che succede?». Renato Brunetta non fa mistero di come «in giro» ci siano «preoccupazione, incertezza, apprensione» rispetto alla situazione politica, specie dopo che nel Paese si era dipanata la sensazione di aver afferrato per i capelli «grazie alle mosse di governo», la ripresa economica. «Anche nel turismo - racconta il ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione - la stagione ha offerto risultati che ci riportano allo stato della pre-crisi, e adesso... possibile che si debba correre il rischio di far precipitare tutto dopo aver tirato la cinghia, dopo aver varato sofferti tagli, dopo che tante imprese hanno cercato di ristrutturare al meglio e dopo che le famiglie hanno mostrato di saper tenere rispetto al potere d’acquisto? Possibile - sbotta - che mentre ci si rende conto di esser vicini all’uscita dal tunnel, si rischi di dover constatare una caduta nel vuoto? Trovo naturale che montino rabbia, stupore, estrema preoccupazione. Bisogna immediatamente riprendere in mano la bussola!».

E in che direzione procedere?
«Quella di rassicurare gli italiani con la formula più naturale: governare, governare, governare! L’ho detto qualche giorno fa proprio a Berlusconi: occorrono due consigli dei ministri alla settimana in cui definire interventi ordinari e straordinari».

Scusi Brunetta: ma non ci sono già i 5 punti del piano messo a punto nel vertice del Pdl, su cui chiedere la fiducia?
«Quelli sono i capisaldi dell’azione del governo e il “cuore” dell’impegno che Pdl e Lega si assumono davanti al Paese. Ma c’è altro da definire dopo la necessaria verifica della fiducia. C’è il lavoro, c’è il welfare, gli ammortizzatori sociali, l’innovazione, l’ambiente, lo sviluppo... C’è da lavorare, e sodo. Lo sa che ci sono 180 tavoli aperti per crisi aziendali? E che dire che piano nucleare già votato e da costruire concretamente? C’è una politica della Difesa che va seguita, specie ora che tanti nostri ragazzi sono in missione di pace all’estero e ci sono interventi da definire nell’istruzione, nella ricerca, in tanti, tantissimi altri settori. Perché una risposta va data, oltre che al Parlamento, soprattutto al Paese; anche a chi magari ha avuto qualche dubbio nell’azione del Pdl».

Ministro, ma lei pensa davvero come il mitico cavallo Gondrano che il solo invito a “lavorare di più” possa avere effetti? E coi finiani che contestano, come la mette?
«Intanto sono inguaribilmente ottimista. E osservato che i finiani sono stati eletti assieme a noi e hanno sempre condiviso quanto si faceva nel governo, non posso non notare che, con quelli con cui ho avuto a che fare, nell’esecutivo e in Parlamento, ho sempre avuto un eccellente rapporto. Sono portato a credere che possa proseguire».

Ma scusi, e tutte le contestazioni dei giorni scorsi, le punture di spillo ma pure le sciabolate che si sono incrociate... facciamo finta di niente?
«Ottimista non vuol dire che mi voglio illudere. Il tema della giustizia, ad esempio, lo trovo dirimente. Non ci possono e non ci devono essere distinguo vista la delicatezza del tema, né possiamo dimenticare come proprio i finiani abbiano già votato in Senato per l’approvazione del processo breve. Non credo davvero che alla Camera possano cambiare posizione, altrimenti tutto quello che è stato sostenuto proprio dagli “amici finiani” verrebbe meno. E sarebbe l’irreversibilità».

Cui, par di capire, lei non crede troppo...
«Mi ostino a ritenere che non si possa buttare a mare tutto il lavoro svolto: federalismo, riforma della Pubblica amministrazione, giustizia, scuola, università, lotta alla clandestinità, grandi successi nella lotta alla criminalità. Che il governo abbia fatto più che bene non lo dico io, ma i fatti! Chi ne bloccasse l’azione si assumerebbe una grossissima responsabilità. Per questo occorre una “operazione-verità” che va fatta non solo in Parlamento, ma anche nel Paese. Verifichiamo le cose fatte e quelle da fare... voglio vedere a quel punto chi si ostinerà nel voler condurre giochetti parlamentari!».

Ma se la marcia del Governo è positiva, come si spiega allora questo incendio estivo tutto interno alla maggioranza?
«Non me lo spiego, e non se lo spiegano in tanti».

Velleità di Fini e dei suoi, ...banalmente?
«Guardi: io fui tra quelli che apprezzarono moltissimo le parole di Fini nel congresso di fondazione del Pdl. Glielo dissi senza giri di parole che mi era piaciuto quel suo intervento dal sapore fortemente innovativo. Ma sono tra quelli cui non è piaciuto per nulla il discorso che poi tenne nella direzione dello strappo, poco più di un anno dopo. Che è accaduto nel mezzo?»

Me lo dica lei.
«Sinceramente, non l’ho capito. Ogni ministro si può fare un’esame di coscienza e secondo me troverebbe di aver agito correttamente e secondo le intese. Dei successi del governo ho già detto, per cui mi chiedo cosa abbiamo mai fatto di male per meritarci questa frattura...».

Da quel che si è captato i finiani non ne fanno una questione di mal governo, ma di mala... gestione del partito. No?
«Pregi e difetti del Pdl - che è sintesi di Forza Italia e di An - li si conosce da tempo. Qualcuno ha già osservato che Forza Italia era anarchica e monarchica, mentre An era monarchica e basta. Ma per non bloccarsi alle battute, mi par di notare che nel Pd le differenze siano ben maggiori che da noi: sulla bioetica, la politica economica, il nucleare, le primarie. Nel Pd si può dire sia davvero successo di tutto, mentre da noi si è ancora in attesa di capire cosa ci divida. La politica di vertice? Me se abbiamo fatto più riunioni noi di tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento? Senza contare che i sondaggi veri, intendo i risultati di Politiche, Regionali, Provinciali e Comunali, ci dicono che la gente ci vuole alla guida del Paese così come siamo».

Vabbè, ma di che stiamo parlando allora? Di follia agostana aggravata da attacchi e contrattacchi personali?
«Torno a ripetere: non lo so. Ma sono convinto che siamo giunti all’ora X. Quella di una necessaria, doppia operazione di chiarezza e responsabilità che riesca ad affrancarci dal rischio farisaico di tirare a campare. Mi segua: nel momento in cui si è accentuato il contrasto tra presidente della Camera e presidente del Consiglio, quest’ultimo ha sentito il bisogno di un chiarimento. Dapprima politico, e l’ha fatto con l’ultima direzione e, poi, istituzionale, cosa che farà con la verifica della fiducia con la quale si metterà in gioco. Se Berlusconi si sottopone a questa prova, anche Fini secondo me dovrebbe farlo. Perché il suo ruolo non è solo di garanzia - come ad esempio quello del capo dello Stato - ma anche di un attore politico espressione di una maggioranza. Con l’introduzione del maggioritario e la riforma dei regolamenti parlamentari, il presidente della Camera diviene di fatto garante non solo più dell’opposizione, ma soprattutto dell’indirizzo politico della maggioranza e dell’attività dell’esecutivo che chiede di governare anche con la calendarizzazione. Mi pare che questa garanzia non la si sia vista limpidamente nell’ultimo anno... E il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte. No?»

E dunque lei ritiene che si dovrebbe dimettere?
«Mi limito ad ammettere che dal mio banco di governo, quando lui presiede a Montecitorio, sento disagio e dolore. Quello che vorrei è che sentisse l’esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell’incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l’ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».