BRUNO LEONI Il buon diritto del libero mercato

A quarant’anni dalla morte, è attualissima la lezione dello studioso anconetano Del quale fu debitore anche von Hayek

Scomparso in circostanze tragiche il 21 novembre del 1967, in questi giorni Bruno Leoni è al centro di varie importanti iniziative; ed è facile comprendere il motivo di questo fiorire di convegni e pubblicazioni.
Nel panorama della filosofia del diritto italiana, quello di Leoni è un nome che va acquistando un rilievo crescente. L’autore de La libertà e la legge (scritto in inglese nel 1961 e tradotto solo nel 1994 da Liberilibri) non vanta da noi l’influenza che da tempo esercita Norberto Bobbio, né si può dire che le sue opere abbiano all’estero la stessa fama del libro di Alessandro Passerin d’Entrèves sul diritto naturale. Ma certo a Leoni è ormai da molti riconosciuta una statura di teorico che gli altri due allievi di Gioele Solari non hanno.
Nato nel 1913 ad Ancona (dove oggi verrà celebrato in un convegno), Leoni fu uno dei giovani brillanti usciti dalla scuola torinese. Negli anni del liceo egli aveva civettato con il marxismo, ma presto divenne anglosassone «per elezione», giungendo al liberalismo grazie a un percorso del tutto personale e in virtù di letture che gli permisero di sviluppare un pensiero indiscutibilmente nuovo.
È infatti soprattutto la conoscenza di taluni classici del pensiero economico a farne un antistatalista a tutto tondo. Uomo dotato di una straordinaria curiosità intellettuale (dalla civiltà cinese alla storia medievale), Leoni non fu solo un’autorità riconosciuta nell’ambito della filosofia del diritto, poiché fu egualmente uno dei padri della scienza politica italiana e forse il maggiore «importatore» della teoria economica di scuola austriaca. Quest’ultimo elemento è particolarmente importante, dato che, avendo letto fin da molto giovane Eugen Böhm-Bawerk, egli finirà per pensare il diritto avendo ben chiara la complessità dell’universo sociale che la scuola austriaca aveva saputo investigare con strumenti del tutto nuovi.
Dalla fine degli anni Quaranta, così, egli lavora al progetto di un «diritto di mercato», elaborato proprio a partire dal modello di un ordine economico fondato sulle libere interazioni. La sua riscoperta di un diritto alternativo rispetto alla legislazione - si tratti dell’antica common law inglese come dello ius civile romano - è quindi largamente nutrita di questa passione per il dinamismo spontaneo (e perfino anarchico) del libero mercato, che è tale se produce da sé le proprie regole e non già se è sorvegliato e regolato.
Nel pensiero di Leoni è quindi centrale la convinzione che quanti vogliano proteggere i diritti dei singoli non possano accontentarsi di un diritto qualsiasi, poiché soltanto norme che emergano dalla società - grazie agli scambi, alle consuetudini, alla dottrina o al common law - possono effettivamente porsi a efficace protezione dei diritti individuali. La legge decretata dalle assemblee parlamentari, invece, può essere assai efficace per quanti puntano più a espropriare la gente che non a proteggerla.
Friedrich von Hayek, che gli era molto amico, quando poco dopo la morte di Leoni venne a Pavia per una commemorazione ammise senza mezze parole tutto il suo debito verso l’autore de La libertà e la legge. All’epoca de La società libera Leoni aveva espresso forti riserve sull’apologia hayekiana dello Stato di diritto della tradizione tedesca, a cui aveva opposto la sua idea di un ordine giuridico che evolve nel tempo. Da quei ripensamenti dell’autore austriaco nascerà Legge, legislazione e libertà: l’opera con cui von Hayek ha sostanzialmente accolto, in forma appena un po’ più moderata, la proposta teorica di Leoni.
Lungi dal rinchiudersi in una torre d’avorio, lo studioso torinese fu un infaticabile organizzatore culturale e anche un editorialista di razza. I suoi articoli, apparsi sul Sole-24 Ore dal 1949 al 1967, lo attestano chiaramente e mostrano una costante attenzione all’esigenza di proteggere la proprietà privata e il mercato: contro quello che egli giudica il pragmatismo opportunista di Alcide De Gasperi, contro il fiscalismo di Ezio Vanoni, contro gli espropri dei fondi agricoli voluti dal ministro Antonio Segni.
Anche per tale coraggioso radicalismo Leoni fu un liberale assai poco italiano, ma proprio per questo deve esserci particolarmente caro.