Bruno Musso, il Marquez del porto di Genova

(...) mia cattiva volontà, ma anche per oggettiva mancanza di tempo o di spazio. Fra un po’ mia moglie Loredana, caccerà di casa o me o i libri. Essendo ancora innamorato come il primo giorno, tenderei a propendere per la seconda soluzione.
Eppure, quel libro, a) così poco invitante graficamente, b) con un editore come Celid che non è proprio conosciutissimo e c) addirittura con tre sponsorizzazioni accademiche, spesso sinonimo di noiosità (quella del Politecnico di Torino, quella dell’Istituto superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione e quella della Compagnia di San Paolo), era lì che mi guardava, con la foto della Lanterna in copertina. E a un certo punto ho ceduto, l’ho preso in mano. Anche incuriosito dalla storia personale di Bruno Musso, l’autore-armatore del Gruppo Grendi, uomo di sinistra che è sempre stato il più duro nella battaglia per portare le leggi di mercato sulle banchine del porto di Genova, dove comandavano i camalli, che della sinistra sono quasi una definizione.
Strano animale, in una comunità come quella portuale, Bruno Musso. Innanzitutto, perchè non agisce in branco, ma in modo solitario, in un mondo come quello delle banchine che spesso funziona come una falange macedone, nel bene e nel male (il bene, in genere è, legittimamente per carità, quello dei suoi componenti). Poi, perchè Bruno Musso è uno di quelli per cui il muro che separava la città dal porto è caduto sul serio: lo dimostra anche la presenza del marchio del Gruppo Grendi in varie iniziative cittadine, dalle maglie della Sestrese di Carlo Viglietti in serie D, alla sponsorizzazione della più alta iniziativa della Notte Bianca di quest’anno, l’Odissea, con o senza ritorno con Claudio Magris, Margherita Rubino, Anna Bonaiuto, Eros Pagni e Marco Sciaccaluga. Poi, certo, il maltempo l’ha sfrattata dal teatro individuato inizialmente, che era proprio «casa Grendi», cioè il terminal di Calata Inglese, dove lavorano le navi e i dipendenti di Musso. Ma l’idea di trasformare le proprie banchine in palcoscenico era ottima e rivoluzionaria. Pari a quella di aprire la propria casa per un genovese.
Insomma, la faccio corta. Musso (Bruno) è uno che mi incuriosisce. E per lui le rivoluzioni e la lotta contro i poteri costituiti - lotta portata fino alle estreme conseguenze, magari con qualche sotterfugio o furbizia - sono praticamente il pane quotidiano. Quindi, ho preso forza e coraggio a due mani, ho aperto Il porto di Genova. E ci ho trovato dentro un gran libro.
Roba da non credere. Si parla di movimentazione di container, di sentenze della magistratura e delle Corti Europee, di trattative notturne fra camalli e operatori portuali, di numeri sui traffici di Rotterdam e di Genova, di contratti nazionali di lavoro e di grimaldelli giuridici. Tutte cose che, a naso, richiederebbero un massiccio uso di Alka Seltzer, solo ad aprire il libro.
E invece. Invece Bruno Musso fa il miracolo. E ne tira fuori un vero e proprio «romanzo delle banchine», dove ci sono thriller, strategia, fantasy, saggistica, politica. Il tutto scritto anche in ottimo italiano. Tutto quello che uno non si aspetterebbe considerando che si parla di questioni tecniche portuali. Questioni tecniche portuali, ripeto.
Come in ogni romanzo che si rispetti, non vi racconto la trama o i colpi di scena. Che sono parecchi. Ma i ventidue euro per questo libro rischiano di essere la miglior spesa di sempre. Qui siamo di fronte a un Marquez del porto. E al suo capolavoro. Siamo nei dintorni di un Amore ai tempi del colera. Chiunque siano i Florentino Ariza e le Fermina Daza di Bruno Musso.
Con una certezza: la sua Macondo è Calta Ignazio Inglese.