Il brusco risveglio della base Ds

Arturo Gismondi

Le disavventure giudiziarie di Consorte, che hanno finito per coinvolgere l’intera gestione di Unipol, e di una bella fetta di coop rosse, hanno rivelato molte delle divisioni interne al partito dei Ds, fin qui mascherate dalla unità di una coalizione che si è data, nella figura di Romano Prodi, una apparenza del tutto fittizia ma sufficiente (così si ritiene) ad affrontare le elezioni della primavera.
Nel gruppo dirigente del partito, le vicende di Unipol hanno suscitato le proteste di personaggi di primo piano, da Giorgio Napolitano al segretario della Cgil Epifani, all’ex segretario della Lega delle cooperative Lanfranco Turci, a Franco Bassanini, al sindaco di Torino Chiamparino, a Macaluso, a Bassolino, ad altri. Una insurrezione, che ha effetti devastanti nella base militante degli attuali Ds.
Le critiche, allargatesi negli ultimi tempi sulla testa di D’Alema e di Fassino, che si sono fatti sostenitori attivi della scalata alla Bnl, hanno toni diversi. Per Giorgio Napolitano c’è stato un errore di vigilanza, come minimo, sull’avventura di Consorte. Per Epifani le coop, e il partito che ne ha coperto l’impresa, hanno peccato di imprudenza; Unipol è un'azienda solida, ma troppo piccola per un boccone come Bnl, di dimensioni quattro volte maggiori, con difficoltà serie di gestione; una disavventura che può trascinare nelle difficoltà un pezzo del movimento cooperativo. Per altri, la colpa di Consorte e dei dirigenti del partito è stata quella di mischiare politica e affari, di aver dato vita con ciò ad arricchimenti personali indebiti, col risultato di aver nuociuto all’immagine del partito compromettendone la «diversità» morale rispetto ad altre forze politiche.
Questa storia della «diversità» è una cosa senza senso, non è mai esistita. A parlarne e a farne un tratto distintivo fu Enrico Berlinguer. Il quale reagì allorché, fallita l’operazione dei governi di «unità nazionale» di Andreotti, e con essi la strategia del «compromesso storico», e ricostituitasi senza il Pci la vecchia alleanza della Dc con socialisti e laici ritenne di doversi arroccare in una situazione di isolamento. Situazione imposta nella realtà dallo scenario internazionale, dalla impossibilità per il Pci di affrontare insieme il salto dell’adesione allo Sme, il primo tentativo di unità monetaria europeo, e la crisi aperta dalla installazione nell’Europa orientale dei missili sovietici Sam 20 alla quale si rese necessario contrapporre gli americani Pershing e Cruise sul nostro territorio. Contro i quali, in effetti, Berlinguer organizzò l’opposizione parlamentare e di massa.
Fu in quella occasione che Berlinguer predicò la «diversità» del Pci dalle altre forze politiche, portando il confronto sul tema della «questione morale». Una diversità che, ai tempi di Tangentopoli, apparve poco giustificata visto che i post-comunisti furono coinvolti al pari degli altri partiti nelle inchieste, scampando alle conseguenze per un diverso atteggiamento della magistratura, e giovandosi di una organizzazione più coesa, che attutì il coinvolgimento come partito nelle disavventure giudiziarie, limitandole ai vari «compagno G. da abbandonare al loro destino». Andreotti spiegò quello che era successo dicendo che «i comunisti riscossero i dividendi dell'operazione Tangentopoli», aprendosi così, per la scomparsa degli altri partiti democratici, la via del potere e del governo.
Ed ora è questa «diversità» - accettata come una gratificazione da militanti che avevano visto scomparire, con il crollo dell’Urss tutti i miti che avevano tenuto in vita il partito - che la base dei militanti Pci, divenuti post-comunisti, rimpiange, è di ciò che una parte crescente di essi chiede conto al gruppo dirigente. Colpevole, nella sostanza, di aver voluto salvare l’ultimo mito del comunismo italiano.
La lettura, in questi giorni, dell’Unità, che nella geografia interna al partito di D’Alema e di Fassino rappresenta lo «zoccolo duro» del post-comunismo, è sconfortante. Il giornale raccoglie, dedicando loro pagine intere gli sfoghi di militanti e iscritti, spesso i più anziani, ponendoli sotto il titolo: «Cara politica, non c’è politica senza etica» . È una geremiade di lamentele che piangono un partito che non c’è mai stato, la fine di una diversità, e di una superiorità antropologica che consentiva però ai comunisti di odiare i propri avversari come una sorta di umanità inferiore, il regno del Male contrapposto a un Bene mai esistito. Nel comunismo c’è stato sempre, dalle lontane origini, il mito di una sua superiorità. Stalin scriveva nelle sue Questioni del leninismo: «Noi comunisti siamo fatti di una fattura un po' speciale...».
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