«Brutali perché invidiano la normalità»

Francesco Bruno: «Il teppismo delle gang di immigrati è un modo per dire: “Ci siamo anche noi in questo mondo”»

Federica Artina

da Milano

«Il teppismo è figlio della crisi di valori che il mondo attraversa in un particolare momento storico». È questo il parere di Francesco Bruno, noto criminologo e docente presso l’università La Sapienza di Roma. «I fenomeni di violenza giovanile sono sempre esistiti e, purtroppo, esisteranno sempre. Già nell’Ottocento la “Banda della teppa”- da cui deriva il nome “teppista” - girava per le strade di Milano picchiando gli storpi e compiendo atti vandalici».
Professore, ma allora quali sono le cause di questa aggressività gratuita?
«I ragazzi che compiono stupri o pestaggi sfogano con la violenza la loro situazione di disagio. Non accettano le regole della società in cui vivono e, perciò, non trovano la capacità di dare un senso alla loro vita. Il teppismo ha anche un’altra singolare caratteristica: unisce ricchi e poveri. I primi spinti dalla voglia di trasgressione, i secondi avviliti dalla loro miseria».
La scelta delle vittime diventa quindi di secondo ordine.
«In realtà questi ragazzi sono mossi nei loro gesti dalla volontà di affermare la propria esistenza in un mondo che sembra non accorgersi di loro. Così se la prendono con persone “normali” per dimostrare di essere migliori e più autoritari di loro. In realtà, però, le invidiano».
Che cosa pensa di ottenere un adolescente che compie un simile gesto?
«Lo scopo è duplice: da una parte vuole farsi beffa delle regole sociali che gli vengono imposte da un ambiente nel quale non si riconosce. Da qui consegue una certa manìa di protagonismo, che nel caso del teppista diventa patologica e scaturisce nel “prendere senza chiedere”».
È possibile recuperare questi giovani?
«Ci sono diversi studi che dimostrano come con alcuni interventi mirati si possa evitare che questi ragazzi si trasformino in criminali. Il 90 per cento è recuperabile, certo non con la galera, o quantomeno non solo.»
Qual è il metodo più efficace?
«Se un reato nasce a causa di un disagio sociale, la reclusione è inutile: al suo ritorno nella realtà ritroverà gli stessi problemi, enfatizzati dalla condizione di ex galeotto. L’unica soluzione è una psicoterapia individualizzata. È necessario, infatti, creare in questi ragazzi una situazione di empatia con le loro vittime: solo immedesimandosi con esse possono rendersi conto dei loro errori e capire di non doverli commettere mai più».