Brutta e col naso grosso Una moneta svela il vero volto di Cleopatra

Sapeva trasformare un difetto in un punto di fascino. Dopo aver saltellato per la pubblica via, si fece prendere dal fiatone. Ma anche così, in un frangente che per qualsiasi donna sarebbe stato di sgraziato svantaggio, emanava sottili malie d’amore. Tanto che l’aria stessa, se avesse potuto, avrebbe abbandonato il suo luogo naturale, per avvolgerla, e contemplarla più da vicino. Queste lodi sono farina del sacco di Shakespeare, che vi imbastisce il drammone Antonio e Cleopatra.
La maliarda è proprio lei, Cleopatra VII Filopatore, nata nel 69 a.C. ad Alessandria d’Egitto, da Tolemeo Aulete, ultima regina della dinastia macedone, prima che Augusto con le galee da guerra e le legioni facesse del Paese nilotico il suo giardino prediletto. Ma, si sa, i poeti intingono il calamo nell’inchiostro della fantasia, non della verità storica e archeologica, spesso più deludente e prosaica. Sul fatto che Cleopatra fosse una donna di prim’ordine, le fonti storiche, da Plutarco a Dione Cassio, concordano senza riserve. Era assodata la seduzione della sua voce, duttile e morbida come il più perfetto degli strumenti a corda. Stupiva la disinvolta intelligenza con cui passava da una lingua all’altra, dal greco nativo al latino, fino alla lingua dei Faraoni, che nessuna regina alessandrina, prima di lei, aveva padroneggiato.
Sfortunatamente, di tale grazia non sopravvive traccia nell’iconografia che di lei ci trasmette la remota antichità. Ci volle il trasporto di un altro amante d’eccezione, Cesare, per chiedere di raffigurarla come Venere genitrice, in statue d’oro, di cui resta pallida copia nella Sala a croce greca del Vaticano. Le monete conservate in vari musei ci documentano le trasformazioni del suo viso. Eccola, poco più che ventenne, sulle dracme d’argento di Alessandria, nell’epoca in cui sedeva sul trono al fianco del fratello Tolemeo, fino a quando si avviava alla quarantina, e il punzone della zecca personale di Marco Antonio, il generale romano che ne fu il tragico amante, la immortalò sul retro di un pezzo che, probabilmente, servì a pagare il salario dei militi romani impegnati in Egitto. Questa è l’ipotesi degli archeologi dell’università di Newcastle, che per due anni hanno studiato il prezioso reperto, rispolverandolo da un deposito del 1920 e che hanno pubblicato in questi giorni le loro conclusioni. Politicamente, Cleopatra era una forza. Il dritto della moneta reca l’effigie di Antonio, trionfatore dell’Armenia, che si pavoneggia con la mitria del potere. Legarsi a lui anche sulle monete era un successo mediatico e diplomatico. La presenza di una prora stilizzata di trireme è documento della riconosciuta eccellenza di sovrana di uno Stato alleato. Da un’altra prospettiva, il reperto è una rivincita sulle antiche rivali in amore. Il triumviro romano era avvezzo a farsi ritrarre sul retto di monete che, nel retro, mostravano le mogli precedenti, Fulvia e Ottavia.
Ma adesso, nel cuore e sul libro paga politico del bel (si fa per dire) Marco Antonio, troneggia solo lei, Cleopatra, che riesce anche a sistemare i figli avuti dal romano con favolose donazioni in capitali e territori. Sul piano estetico, però, siamo ben lontani dalle fattezze angelicate di un’Elizabeth Taylor, che nel 1963 la portò sul grande schermo, contrappuntata dalla tenebrosa prestanza di un Richard Burton in stato di perfetta grazia. Un chirurgo plastico avrebbe il suo bel da fare a ridurre un naso dalle aquiline sporgenze, a gonfiare le labbra striminzite, a illeggiadrire le palpebre pesanti. Un coiffeur avrebbe da ridire sull’acconciatura «a melone» (sempre quella, in tutte le immagini ufficiali di Cleopatra) che le conferisce un’aria grifagna. Quanto a lui, Antonio, il collo da toro e la fronte gibbosa confermano quello che già sapevamo dai ritratti marmorei dei Musei vaticani e dall’arguzia popolare: il romano non era un Adone, ma il perfetto prototipo del marcantonio.