La brutta televisione scaccia il bel romanzo

«Perché sei musulmano?» gli domandai alla fine. «Tu sei la persona più strana che abbia mai conosciuto» ridacchiò, ma poi mi spiegò che era musulmano perché credeva che l’Islam poteva salvare il mondo. «Anche la tua anima?» dissi. La domanda lo sorprese. «Salverà anche la mia anima, ne sono sicuro. Tu sei cristiana?» «Sì.» «Perché? Perché lo sono i tuoi genitori?». Gli spiegai che mio padre e mia madre non erano praticanti.
Così, in un dialogo tanto spontaneo da risultare commovente, l’iraniana Marina Nemat racconta, nel suo mémoir da ieri in libreria dal titolo Prigioniera di Teheran (Cairo Publishing, pagg. 304, euro 16), i primi approcci con un giovane musulmano, lei adolescente tredicenne, lui diciottenne, nell’Iran che attende il ritorno al potere di Khomeini, negli ultimi mesi del 1978. Lei, Marina, tre anni dopo verrà arrestata e condotta a Evin, carcere politico fin dall’epoca dello scià, luogo il cui nome suscitava paura in ogni cuore e che è impossibile non paragonare ad Abu Ghraib. A Evin, Marina passerà due anni, due mesi e dodici giorni. Lui, il giovane Arash, in compagnia del quale Marina si sentiva «semplicemente felice», verrà ucciso. A Marina toccherà vederlo in un documentario televisivo, cadavere gettato dai soldati su una camionetta insieme a decine di altri cadaveri.
Con il racconto del suo arresto e delle torture subite, Marina Nemat ha commosso centinaia di persone al Meeting di Rimini ieri e altre ne incontrerà in Italia in questi giorni, durante la presentazione del suo libro, che ritiene una sorta di missione, come ha tenuto a spiegarci: «Mi sono chiesta spesso: perché sono sopravvissuta? Per scrivere questo libro. Queste pagine mi hanno restituito la pace».
Come accadde che arrestarono una ragazzina di solo sedici anni?
«Alcuni dei miei amici e compagni erano stati già presi perciò in parte me lo aspettavo. Mi hanno presa di sera, verso le nove, il 15 gennaio 1982. Stavo per fare il bagno quando suonò il campanello. Chiusi l’acqua della vasca. Quando uscii dal bagno, un uomo barbuto, con la divisa militare verde scuro, mi puntava contro la pistola. Era uno dei due guardiani della rivoluzione che erano venuti a prendermi. Se non ti trovavano in casa, prendevano tua madre, tuo padre o chiunque fosse lì».
Perché lo scià Palavi fu esiliato, perché ci fu la rivoluzione?
«Gli iraniani volevano la democrazia, credevano che lo scià fosse corrotto. Ma quando l’ayatollah Khomeini prese il potere, la situazione politica ebbe un’escalation negativa. Nessuno di noi si rese conto di quello che stava per succedere fino che non fu troppo tardi. Noi giovani, ad esempio, cresciuti in bikini e in piena libertà: ci toccò d’improvviso coprirci il corpo con vergogna e parlare a voce bassa e solo tra ragazze. Il ballo fu bollato come male».
Nelle scuole che accadde?
«I nostri insegnanti di sesso maschile vennero licenziati. Le insegnanti che non simpatizzavano con l’ayatollah anche. Al loro posto furono assunte giovani donne che ne sapevano meno di noi, ma erano conniventi con il regime».
E voi adolescenti vi ribellaste.
«Il mondo studentesco sembrava diviso tra fondamentalisti, comunisti, Islam di sinistra, monarchisti. Fu così che il governo riuscì a creare delle liste di nomi e a identificare e arrestare i teenager che partecipavano alle manifestazioni di uno o dell’altro gruppo politico».
Nel suo libro, prima della rivoluzione islamica, i giovani cristiani e musulmani dialogano e vivono in pace. Tornare a quel dialogo oggi è possibile?
«È difficile. Da parte occidentale siamo ossessionati dal politically correct. Per paura di dire qualcosa che offenda l’una o l’altra parte, non si dice nulla. E questa è autocensura. Un altro fattore grave di frattura è che gli occidentali non capiscono la cultura mediorientale».
Il movimento fondamentalista rappresenta l’Islam?
«Al Qaida e i fondamentalisti hanno interpretato l’Islam per cavalcare l’agenda politica. Per loro la religione è uno strumento per raggiungere il potere. Nessuna religione islamica giustificherebbe mai un comportamento come questo».
Oggi l'Iran sarebbe pronto per la democrazia?
«L’Iran, così come altri Paesi, non sarà mai pronto per una democrazia importata. Ma in verità non è nemmeno pronto per costruire la propria democrazia. Oggi in Iran la popolazione non può decidere nulla. Gli iraniani hanno ancora bisogno di guardarsi intorno e capire che cosa vogliono per sostituire la dittatura».
Nei giorni a Evin la fede cristiana l’ha aiutata?
«Mia nonna diceva sempre: l’amore di Dio non cambia. Anche durante le torture, le privazioni, le violenze, tra i cadaveri, ho sempre pensato che tutto sarebbe finito e che sarei tornata a casa dalla mia famiglia. Miracolosamente, è andata proprio così. Se credi in Dio, anche se non puoi controllare la situazione, sai che non perderai mai, che qualsiasi cosa accada sarà per il meglio. E questo ti dà una libertà che nient’altro può darti».
Quando ha capito di essere guarita da quel dolore?
«Quando ho perdonato. Era importante per me perdonare le persone che mi hanno torturato e ci sono riuscita. Non mi fraintenda, però: ho perdonato gli individui, ma non posso perdonare il sistema che ha creato quelle torture».