Bruxelles non imita l’Opec: è salvo il vino europeo

Alessandro M. Caprettini

Rafforzare la produzione e la commercializzazione del vino europeo? A Bruxelles, deve evidentemente aver fatto scuola l’Opec. Visto che la commissione Barroso aveva ipotizzato che per riuscire nell’obiettivo si dovessero estirpare 400mila ettari di vigne. In pratica, si era pensato che una riduzione della produzione ed una migliore qualità del prodotto - da vendere, s’intenda, a prezzi maggiorati - avrebbe potuto essere una terapia accettabile. Così come fanno i paesi produttori di petrolio con l’oro nero, restringendo la produzione a comando e innalzando i prezzi.
Peccato che con i vigneti certi disegni paghino poco. Perché se in Europa si produce meno, aumenta l’assalto dei vini cileni, californiani, australiani, come dimostra il fatto che dal '96 il volume dell’importazione di vino nei paesi Ue è aumentato al ritmo del 10% l’anno e ha raggiunto quasi 11,8 milioni di ettolitri nel 2005. Per fortuna a metterci una pezza ci ha pensato l’Europarlamento che giovedì scorso ha adottato con 484 voti a favore, 129 contrari e 24 astensioni la relazione Batezli (una socialista greca) che, in attesa delle decisioni della commissione per la riorganizzazione del settore - attese per giugno - ha espresso chiaramente la sua contrarietà alle procedure d’espianto.
Niente tagli di vigne, insomma. E, forse ancor più importante, via libera per il mantenimento delle sovvenzioni all’uso del mosto concentrato che la commissione prevedeva di eliminare, dato che - come hanno fatto notare gli europarlamentari italiani a cominciare dall’azzurro Castiglione - sarebbe stata una grave contraddizione la loro soppressione a fronte del mantenimento della possibilità per i viticoltori del Nord Europa di continuare a zuccherare i loro prodotti.
Si salva dunque, almeno per il momento (e sempre che la commissione Barroso non capovolga il suggerimento di Strasburgo), la viticoltura italiana che negli ultimi anni è ormai capofila del settore in Europa, in cui si applicano 1,6 milioni di aziende che coprono 3,4 milioni di ettari e che, nel 2003-04, producevano 160 milioni di ettolitri di vino.
Vero che l’Italia si colloca al terzo posto in termini di superficie (827mila ettari), dietro Spagna (1.175mila) e Francia (864mila). Viste le rese, tuttavia, la produzione italiana sale al secondo posto (con circa 44 milioni di ettolitri), dietro la Francia (46,3) e davanti alla Spagna (41).
E se l’Europa concorre a più del 70% del commercio mondiale di vino, l’Italia si colloca sul più alto gradino del podio con un’incidenza pari al 20%, davanti a Francia e Spagna (rispettivamente 19,8 e 19,1%). Nel 2006, poi - secondo elaborazioni di dati Istat realizzati dalla Coldiretti - il vino Made in Italy ha realizzato un boom del 6,4% nel valore delle esportazioni e un successo rilevante negli Stati Uniti (+5,7%) e in paesi emergenti come India (+60,5%) e Cina (+141,7%). L’Italia, è insomma il primo esportatore mondiale di vino con un valore di 2,8 miliardi di Euro (+250% rispetto al 1986, anno della frode del metanolo), che ha contribuito a portare il fatturato del settore nello scorso anno a 9 miliardi di Euro (+260% rispetto al 1986). Bene hanno fatto gli eurodeputati italiani a scendere in pista nella difesa del settore. A patto però che la linea sia tenuta a questo punto anche dal governo.