Bruxelles si muove e fa volare le Borse

Basta pensieri e parole: fatti. Con la crisi del debito sovrano diventata sistemica e con le banche in debito d’ossigeno, l’Europa è finalmente pronta all’azione. Non più solo sul doppio binario Parigi-Berlino, ma a livello comunitario. In un solo giorno, sono stati presentati ieri ben due piani articolati per uscire dall’emergenza. Il primo porta la firma del presidente della Commissione Ue, Jose Manuel Barroso, l’altro quella del numero uno dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker.
Una risposta forte e coordinata che trova la propria origine in quel mantra ormai ripetuto ossessivamente a più livelli nell’Unione: «Occorre fare in fretta». Un imperativo sottolineato anche da Barroso davanti all’Europarlamento, prima di snocciolare i punti salienti della road map con cui si intende riportare stabilità e crescita nell’euro zona. Basta insomma con l’arma letale dell’incertezza. E ciò riguarda soprattutto la Grecia, in modo da dissipare «ogni dubbio sulla sostenibilità economica». Dunque, spiega Barroso, si dovrà pagare la sesta tranche da 8 miliardi, e avviare il secondo programma di sostegno internazionale con il contributo del settore pubblico e privato.
Questo percorso è legato a doppio filo al nodo-banche. Bruxelles non sembra disposta a sconti. Anzi. Sulle necessità di ricapitalizzazione del settore, Barroso è stato chiaro: prima gli istituti devono reperire le risorse fresche sul mercato; poi, potranno chiedere soccorso ai governi; in assenza di aiuti pubblici, interverrà il fondo salva-Stati (Efsf). Non solo. L’obiettivo è di rendere temporaneamente più stringenti i ratios patrimoniali con un aumento «significativo» del Core Tier 1. Di quanto? Secondo alcune fonti interpellate dal Financial Times, la questione è oggetto di trattative, ma l’idea è quella di portare i coefficienti di patrimonializzazione al 9% (contro il 6-7% atteso in media dagli analisti) entro sei, massimo nove mesi. In base ai calcoli di Morgan Stanley, un rafforzamento del genere implicherebbe per le banche europee la necessità di raccogliere 275 miliardi di euro. Lo sforzo non è indifferente. Ma, come sempre, il veleno è nella coda: le banche ricapitalizzate «non potranno distribuire dividendi e bonus». Quelle tedesche hanno subito sparato a zero sulle proposte: «La fretta è cattiva consigliera - ha affermato l’Abi del Paese - così non si interviene sulle cause della crisi».
La reazione non è casuale, perché il piano ha anche un valore politico. L’Ue ha infatti battuto sul tempo Germania e Francia: i due Paesi hanno trovato un’intesa sul rafforzamento degli istituti europei, ma ancora non ne hanno fornito i dettagli. E un’altra stoccata a chi rema contro (Berlino spesso lo ha fatto) è arrivata quando Barroso ha detto che bisogna anticipare dal 2013 al 2012 l’approvazione del fondo europeo di stabilità (Esm), che sostituirà l’Efsf.
Il leader della Commissione Ue punta anche a una maggiore attribuzione di poteri a Bruxelles nel momento di definire le leggi nazionali di bilancio. Un salto politico che si connette con le proposte di Juncker che prevedono sanzioni automatiche per i governi irresponsabili sotto il profilo fiscale, maggiori poteri per Bruxelles e un dividendo per i contribuenti quando le banche vengono salvate con denaro pubblico.
L’accoglienza dei mercati al piano Barroso è stata euforica (Milano ha guadagnato quasi il 3%). Una spinta al rialzo garantita anche dall’accordo trovato tra quattro partiti slovacchi che potrebbe spianare la strada all’approvazione del fondo salva-Stati. Un altro tassello anti-crisi che sembra andare al suo posto.