Brzezinski tira le somme: «L’unico sconfitto è Putin»

«Adesso rischia di perdere il consenso che ha conquistato in questi anni»

Marcello Foa

Quando a Washington si parla di Ucraina il riferimento a Zbigniew Brzezinski è d’obbligo. L’ex consigliere alla Sicurezza nazionale Usa fu il primo a indicare, nel 1997, il possibile sganciamento di Kiev dall’orbita russa. E in questi anni è stato uno dei principali sostenitori di Yushchenko, il presidente russo protagonista della Rivoluzione arancione. Nei momenti più concitati della crisi del gas, Brzezinski non ha mai perso la calma, pronosticando una soluzione che fino a martedì sera sembrava irraggiungibile. Ora non ha dubbi nell’individuare in Vladimir Putin il grande sconfitto, come spiega in questa intervista telefonica concessa al Giornale.
Come giudica l’accordo tra la Gazprom e l’ucraina Naftogaz?
«Bene per gli ucraini, male per i russi. Di fatto Putin è stato costretto a un’imbarazzante ritirata. Kiev pagherà il gas 95 dollari per mille metri cubi e ha ottenuto da Mosca un aumento del 40% sui diritti di transito».
Non è troppo severo con il capo del Cremlino?
«No, perché Putin ha dimostrato ancora una volta di essere un leader maldestro. Ha ripetuto nel campo energetico le stesse inefficienti tattiche usate un anno fa in occasione delle elezioni presidenziali. Se avesse pazientato un paio d’anni, almeno fino al completamento del nuovo gasdotto nel Baltico, avrebbe potuto usare efficacemente le esportazioni di gas e di petrolio come arma di ricatto. Ma Putin non sa aspettare».
Eppure c’è chi dice che questa crisi aiuterà il partito filorusso di Yanukovich alle legislative di marzo. Sarebbe questo il vero obiettivo di Putin...
«Ma ancora una volta Putin sbaglia i calcoli. La crisi del gas probabilmente anziché favorire danneggerà Yanukovich, che sempre più viene visto come un vassallo russo. È indubbio che i protagonisti della rivoluzione arancione da qualche tempo siano divisi, ma gli ucraini non vogliono essere un satellite di Mosca, vogliono difendere la propria indipendenza il proprio diritto all’autodeterminazione. E il ricatto moscovita sul metano spingerà l’elettorato a ricompattarsi per impedire la vittoria di Yanukovich».
Putin come esce sul piano internazionale?
«Male. L’America e l’Unione europea hanno fatto fronte comune, coordinando le proprie iniziative a sostegno dell’Ucraina, isolando Mosca. E poi c’è un paradosso: Putin ha posto la sicurezza energetica al centro del prossimo vertice del G8, ma a metterla in pericolo è stato proprio colui che ospiterà gli Otto Grandi a San Pietroburgo»
Gli Usa hanno gestito la crisi del gas con molta cautela. Come mai?
«Non ho questa impressione. I giornali hanno dedicato molto spazio alla crisi, con editoriali e reportages. E il dipartimento di Stato ha deplorato pubblicamente l’uso dell’energia come arma di pressione politica. Era tutto quel che era necessario. Non avevamo bisogno di creare una crisi con Mosca, bastava chiarire che questi metodi erano inaccettabili e non avrebbero funzionato».
Un anno fa lei disse: è impossibile fermare il processo di democratizzazione in Georgia e in Ucraina. È inevitabile che contagi la Russia. È ancora della stessa opinione?
«Sì, penso che la nuova generazione di leader politici russi sia persuasa che l’attuale regime rappresenti solo la transizione tra il periodo post sovietico e una Russia finalmente democratica».
Ma Putin è più che mai popolare...
«Tutto sembra molto forte e stabile fino a quando non finisce. Molta gente pensava che l’Unione sovietica sarebbe continuata per decenni e decenni, quando io ammonivo che l’Urss era molto forte esternamente ma molto debole all’interno. Tutto è molto chiaro in retrospettiva...».
Non teme che dopo essersela presa con l’Ucraina, Putin possa puntare alla Georgia?
«È possibile, la Georgia e altri Paesi ex sovietici sono più vulnerabili dell’Ucraina, ma io penso che alla fine l’élite russa dirà a se stessa: è nel nostro interesse avere clienti che abbiano fiducia in noi. Capirà che gli eventi degli ultimi giorni possono essere devastanti per la credibilità economica di lungo periodo del loro Paese. E finirà per chiedersi: siamo pazzi a continuare su questa strada?»
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