Bublé, Diana Krall, Stevie Wonder Tutti pazzi per la Fitzgerald

Nei negozi il cd-tributo "We All Love" e un album di inediti della star

Anche per un mito come Ella Fitzgerald gli esordi non furono facili. Quante porte chiuse ad Harlem e quante canzoni cantate all’«ora del dilettante» nei club di mezza New York (quella volta che fu fischiata, al Lafayette Theatre, è rimasta negli annali del jazz) prima di diventare la signora del jazz, quella che, come scrisse Arrigo Polillo, «con la sua voce infantile, dal timbro di campana, va bene per tutti». E non era un’offesa quella di Polillo, ché la Fitzgerald, con la sua brillantezza ritmica (Lester Young la chiamava «Lady Time») e fluidità di fraseggio, è una regina del jazz (fu al fianco delle orchestre di Chick Webb, Ellington, Basie, persino di quella avventurosa di Dizzy Gillespie dove imparò il tipico fraseggio bop) ma anche della grande canzone d’autore da Gershwin a Cole Porter a Bacharach; un’artista passata dai jukebox del ghetto alle grandi sale da concerto. Non a caso è una delle artiste più amate da un pubblico trasversale che parte dal jazz per arrivare al pop; non a caso l’industria discografica con lei gioca sul sicuro. Proprio in questi giorni (in cui compirebbe novant’anni), per gli appassionati sono in circolazione due piccole chicche. Mercoledì esce l’album di inediti Love Letters From Ella mentre è appena uscito il tributo alla «signora» We All Love Ella con i suoi pezzi celebri reinterpretati da virgulti come Natalie Cole, Michael Bublé, Diana Krall, k.d.Lang, Chaka Khan più fuoriclasse come Etta James, Stevie Wonder, Dianne Reeves.

Ella esplode nel ’37, quando il referendum di Down Beat la mette sul trono della miglior cantante swing, ma diventa celebre l’anno dopo, quando inventa lo spassoso e popolarissimo tema A-Tisket A-Tasket, qui ripreso in apertura del cd da una Natalie Cole in grande spolvero. «Ho conosciuto Ella quando avevo sei anni - ricorda la figlia di Nat King Cole - e da allora ho sempre cantato quel brano facendo la voce da adulta e cercando inutilmente di imitarla». La Fitzgerald è splendida improvvisatrice e maestra del canto «scat» (una brilante tradizione all’insegna dello swing che inaugura con Flyin’ Home proseguendo con classici come How High the Moon e Mr.Paganini). Ci vuole la Cole rafforzata dall’irruenza di Chaka Khan per far vibrare proprio Mr. Paganini, intitolata anche programmaticamente If You Can’t Sing It You’ll Have To Swing It. Non possono mancare il pulcino d’oro dello swing Bublé e la reginetta della ballad Diana Krall che rileggono con sobrietà Too Close For Comfort e Dream a Little Dream Of Me. Accanto ad interpretazioni da manuale di Lizz Wright e Dianne Reeves (Reaching For the Moon e Oh Lady Be Good) c’è la sorprendente 14enne Nikki Yanofsky che si fa valere in un tema complesso e famoso come Airmail Special. Il miglior modo per valutare la nitidezza e la nobiltà della voce della Fitzgerald è quello di confrontarlo con i toni sensuali, veementi, figli delle chiese nere e del lowdown blues di Etta James, che qui rivisita Do Nothin’ Till You Hear From Me contrapponendo il furore alla serena eloquenza di Ella.

Chicca dell’album l’inedita versione dal vivo della ballata pop soul You Are the Sunshine Of My Life incisa al New Orleans Jazz & Heritage Festival di New Orleans nel ’77. Certo nessuno si è cimentato con Perdido (del ’49 con Charlie Parker) o con evergreen quali How High the Moon (già rifatta da Dee Dee Bridgewater), ma il repertorio di Ella è talmente ampio da giustificare qualsiasi esclusione. Un bel tributo ben accoppiato all’inedito in uscita Love Letters From Ella, che riprende la cantante in alcune performance del decennio 1973-’83 ora al fianco di Count Basie (Please Don’t Talk About Me When I’m Gone e Some Other Spring) ora del chitarrista Joe Pass con cui incise numerosi album in quel periodo. Un disco morbido, suggestivo ma, purtroppo, in alcuni casi sovrarrangiato dagli archi della London Symphony Orchestra.