Bublé, lo swing si toglie lo smoking

da Milano

Michael Bublé non canta, incanta. Non interpreta, gioca. È il tipico «crooner» terzista, ossia non si prende troppo sul serio, con la voce impostata e la mano sul cuore, ma nemmeno fa il fenomeno da baraccone che sprizza forzosa simpatia da ogni poro. E basta vederlo una sola volta dal vivo, come ieri sera al Palaonda di Bolzano (venerdì sarà al Datch Forum di Assago) per accorgersi che lui si è messo sulla stessa strada di Frank Sinatra e Tony Bennett, sta dalle parti del jazz e dello swing e soprattutto dell’entertainment da gran gala, quello che una volta si faceva solo in smoking ma che oggi va bene pure nei palasport.
D’altronde bisogna adattarsi e lui, Michael Steven Bublé nato nel 1975 a Vancouver, modestamente c’è riuscito. D’accordo, adesso è una superstar e il suo ultimo cd Call me irresponsible, uscito in primavera, ha già venduto due milioni di copie solo in America, dove fanno la fila per andarlo a sentire dal vivo perché è così «cool» e mica capita tanto spesso di andare a un concerto con un’orchestra che suona vecchi pezzi di Cole Porter o Dean Martin. Però fino a cinque anni fa era un signor nessuno di belle speranze, che aveva vinto un premio per giovani talenti, recitato in due musical e inciso tre album ignorati, uno dei quali registrato solo per regalarlo al nonno Demetrio Santaga, che è stato l’allenatore del suo talento fin da quando Michael era un bambino cicciottello con un destino qualsiasi. Il nonno, origini italiane di Treviso, faceva l’idraulico ma aveva una discografia jazz grossa così e, uno dopo l’altro, il nipotino ha ascoltato tutti i dischi. E ha iniziato a cantare come fanno tutti quelli che non hanno molte entrature: impegnandosi a testa bassa.
Poi, come qualche volta accade, si è trovato al posto giusto nel momento giusto, ossia la festa di un amico del presidente del Consiglio canadese Brian Mulroney. Grande successo, raccomandazione sicura. Pochi mesi dopo Bublé ha cantato Mack the Knife al matrimonio della figlia del premier che, seduta stante, lo ha presentato a David Foster. Per chi non lo sapesse, il produttore David Foster è un investimento sicuro, visto che ha le mani in pasta nel successo di Madonna, Celine Dion, Mariah Carey e Whitney Houston. Difatti il primo disco omonimo di Bublé, pubblicato nel 2003, raccoglie molti standard, da Fever a The way you look tonight, e soprattutto fa il suo dovere: vende un milione di copie nel mondo e fa dire a tutti ma guarda che bravo questo qui.
Da allora Michael Bublé è una sicurezza perché fa fine e non impegna, ha una voce che ce ne fossero e funziona bene sia in studio di incisione che dal vivo. In sala è una macchina affidabile, di quelle che buona la prima. Sul palco riesce a mantenere la concentrazione per le due ore di show, mescola battute e bel canto e il suo concerto è una via di mezzo tra quelli del Rat Pack e di qualche superstar del pop alla Robbie Williams. Soprattutto, è uno dei pochi artisti al mondo che si portano dietro un pubblico familiare perché piace alle ragazzine ma anche ai loro genitori e probabilmente pure ai nonni. Sarà per questo che il suo successo non è gonfiato dai pettegolezzi ed è tra i pochi a non essersi mai (almeno pubblicamente) infangato con storiacce o marchette varie. E anche oggi, che è fidanzato con l’attrice Emily Blunt (la segretaria acida ne Il diavolo veste Prada) lo vedete poco sulle pagine dei tabloid. Lui canta. E, se qualcuno gli chiede della sua storia d’amore, risponde: «Sto con una che presto diventerà più famosa di me». Così tutti rimangono felici e lui se ne rimane in pace perché, dopotutto, quello che gli piace di più dopo la musica è la tranquillità (e fa di tutto per tenersela).