Bucarest, il volto gaudente del post comunismo

Alla Fiera Internazionale del Libro, tenutasi a Bucarest nei giorni sorsi, l’Italia era ospite d’onore. La Fiera ha per titolo Gaudeamus e già questo verbo latino fa capire come fra noi e la Romania ci siano legami più profondi di quanto lascino supporre le contingenze politiche ed economiche legate all’attualità. Nella piazza Romana della capitale, da dove parte il boulevard Balcescu, troneggia una riproduzione a grandezza naturale della Lupa Capitolina, nel Museo Nazionale puoi ammirare un bellissimo calco della Colonna Traiana che descrive lo svolgimento delle due guerre daciche del 100 a.C., e una strofa dell’inno nazionale recita: «Ora o mai più al mondo dimostriamo/ che in queste vene scorre sangue di romano/ e che nei nostri cuori conserviamo con fervore/ un nome di battaglia vincitore/ il nome di Traiano!». Non è un caso che l’attuale presidente della Repubblica, al suo secondo mandato, si chiami Traian: Traian Basescu...
L’Italia è di fatto il primo investitore per numero di imprese in Romania e il secondo nell’import-export dopo la Germania. A Bucarest c’è una scuola italiana privata, cinque sono le sezioni bilingue presso i licei e cinque i letterati universitari. Dal canto loro i romeni costituiscono la più numerosa comunità straniera presente sul nostro territorio (un milione ufficiale di residenti), la terza per numero di aziende (quasi 50mila), con un miliardo di euro di rimesse valutarie l’anno. La nota dolente è rappresentata dall’essere al secondo posto quanto a detenuti: 3609, il 14,5% della popolazione carceraria straniera.
La presenza italiana a Gaudeamus comprendeva, oltre le maggiori case editrici e la Rai, filosofi, romanzieri, storici, manager dell’editoria: il presidente dell’Associazione Italiana Editori Marco Polillo, Stefano Zecchi, Giorgio Montefoschi, Valerio Massimo Manfredi, Luciano de Crescenzo, Andrea G. Pinketts, Francesco Guida, una sorta di «ponte dell’amicizia» - come ha sottolineato l’ambasciatore Mario Cospito - per il 2012, ovvero «l’anno della cultura romena in Italia».
Pur senza possedere la magia delle grandi capitali dell’Europa orientale - Praga, Budapest, Varsavia - Bucarest ha un suo fascino che nemmeno il piccone demolitore di Ceaucescu è riuscito a estirpare. È il fascino di fine ’800 e primo ’900 dei grandi viali e dei palazzi in stile di Calea Victoriei e di Lipscani, l’antico quartiere degli artigiani. Fra l’Ateneo Romano e l’ex Palazzo Reale, il Circolo Militare e la neoclassica Biblioteca Centrale si respira l’eco di quella che fu la «piccola Parigi dei Balcani» raccontata da Paul Morand in Bucarest (1935), descrizione di un Europa dell’Est che guardava all’Ovest con ammirazione. Sotto questo aspetto, l’impronta francese è quella più evidente, ma se vai poco fuori la capitale, a Mogosoaia, il settecentesco palazzo Brancoveanu consegna un connubio franco-veneziano unico. Il loggiato della facciata, le finestre, lo stesso rapporto dell’architettura con l’acqua del lago Colentina in cui la residenza si specchia, rimandano infatti agli influssi della Serenissima.
Due milioni di abitanti, una situazione economica difficile (tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici del 25%, in un Paese che su una popolazione di 22 milioni ne vede 13 fruire di un qualche tipo di assistenza sociale, una disoccupazione oltre il 7% e un’inflazione che lo scorso anno ha toccato l’8), Bucarest, e con lei la Romania, paga ancora il retaggio di un post-comunismo che non avendo avuto un Vaclav Havel, ha dovuto accontentarsi di un Iliescu, ovvero il leader della vecchia nomenklatura che causò la caduta di Ceaucescu. Non ci fu una rivoluzione, tanto meno una rivoluzione anticomunista, né un reale trasferimento dei poteri...
Per certi versi, l’aver installato nel gigantesco monumento in marmo voluto dal vecchio dittatore (la Casa del Popolo) l’attuale Parlamento, la dice lunga sul subconscio che guida i passi politici, sociali, economici della nuova Romania democratica. Come ha osservato lo storico Luciana Boia, «oggi la Romania è un Paese disarticolato, un collage confuso di pezzi di vita tradizionale, ricordi di anteguerra, attitudini e organismi comunisti, evoluzioni postcomuniste, nell’attesa sempre prolungata di un nuovo inizio che porti a nuove sintesi».
Alla Fiera, il numero dei libri, degli stand e del pubblico era sorprendente (qui ci sono in proporzione più riviste letterarie che quotidiani d’informazione), e la via che conduceva al Palazzo delle Esposizioni era ingombra di bancarelle, vin brulé, carretti di alimentari, musica... Ha scritto il poeta George Bacovia che «la Romania è un Paese triste pieno di humour». Gaudeamus igitur.