Buchi neri della Capitanerianei soccorsi alla Concordia

Il sistema Ais che non riceve nulla, gli aiuti scattati in ritardo. E le retromarce di De Falco nelle accuse contro Schettino. <strong><a href="/interni/toto-risarcimento_sopravvissuti/28-01-2012/articolo-id=569217-page=0-comments=1" target="_blank">Toto risarcimenti per i sopravvissuti</a></strong>

«Non ho nessuna remora a dire che il comandante Schettino è stato ingiustamente fermato sulla scorta di informazioni false fornite dalla Capitaneria di porto, come dimostrerò». Attacca duro, senza timore di smentite e di querele, l’avvocato Bruno Leporatti. Il difensore del comandante Francesco Schettino è certo di quel che dice, e che per ragioni processuali per ora accenna soltanto. In un passaggio dell’interrogatorio del comandante della Costa Concordia davanti al gip, curiosamente poco pubblicizzato dai media, Leporatti spara sugli «eroi» dell’isola del Giglio, ribattezzati nei talk show «i pompieri del nostro 11 settembre» rappresentati dal capitano di fregata Gregorio Maria De Falco, l’idolo-nazionale che urla a Schettino «torni a bordo, cazzo». In un altro passaggio «inedito» del faccia a faccia col gip il legale va oltre, ricordando che tra i motivi per i quali la procura chiede il carcere per il comandante c’è il tentativo di Schettino di inquinare le prove, come già aveva tentato di fare cercando di asportare e manomettere la scatola nera. A parte che questa «scatola» era oggettivamente impossibile da recuperare da chicchessia («ci sarebbe voluto un elicottero - ha detto il comandante al gip indicando il luogo della nave dov’era lo strumento - si trovava in una zona inaccessibile») l’avvocato punta l’indice proprio contro «una straordinaria affermazione di De Falco, che è quello che ordina al comandante di tornare a bordo, lo minaccia... della galera (...)». L’oggetto è la telefonata intercorsa «fra il comandante Gregorio De Falco e il dottor Pizza» nella quale il primo fa macchina indietro: «Probabilmente per la concitazione nelle fasi di emergenza che stavo seguendo e coordinando dalla sala operativa della capitaneria potrei avere erroneamente fatto intendere che lo Schettino fosse stato sorpreso nell’intento di sottrarre il predetto strumento». Per l’avvocato «excusatio non petita, accusatio manifesta», ossia De Falco era bene a conoscenza del fatto che la procura, nel provvedimento di fermo stilato anche grazie alle informazioni della «sua» capitaneria di porto (e dei carabinieri), aveva enfatizzato proprio il presunto, ma mai avvenuto, tentato furto della scatola nera. Perché?

Tra le cose non dette, ma che presto verranno rese note, ci sarebbero numerosi «buchi neri» della Capitaneria di porto. Che alle ore 21.42 del 13 gennaio, mentre la nave si squarcia il fianco urtando gli scogli, non si accorge di nulla, né che quel gigante è troppo vicino all’isola, né della strana deviazione del percorso seguita all’impatto con giravolta di 180 gradi. Tanto che nel «cronologico degli eventi» di quella sera, alle ore 22, viene scritto: «Traffico marittimo regolare». Ad annotarlo è l’«operatore Ais», ossia il responsabile dell’ufficio al controllo del sistema satellitare di geolocalizzazione delle imbarcazioni.

Chiunque da casa poteva controllare su internet che la Concordia era fuori rotta, ma quelli che per lavoro sarebbero stati tenuti a farlo non si erano accorti di nulla. A lanciare l’allarme è infatti una passeggera della Concordia, Concetta Robi, che telefona alla figlia dopo aver visto crollare il controsoffitto del ristorante della nave. A sua volta la giovane allerta i carabinieri della sua città, Prato, che girano alle 22.06 l’Sos agli ignari e distratti ufficiali della Capitaneria. I quali riferiscono al militare «che al momento non abbiamo informazioni inerenti a navi in difficoltà e richiediamo se possibile di avere il nome della nave e il porto di partenza e arrivo». Ancora una volta, invece di interrogare il sistema Ais, si sceglie una strada incomprensibile. Tant’è che si perde altro tempo perché la passeggera si confonde e segnala il nome giusto («Costa Concordia») ma la tratta sbagliata («Savona-Barcellona»). La Capitaneria alle 22.10 contatta Compamare-Savona e dal porto ligure fanno sapere che nessuna nave Costa quel giorno è partita da lì. Solo ora, alle 22.12 (mezzora esatta dopo l’impatto) la Capitaneria di Livorno, nella persona del sottocapo Tosi, annota: «Da verifica Ais individuiamo la M/N Costa Concordia in prossimità dell’isola del Giglio (...) in località Punta Lazzaretto». Alle 22.14 finalmente avviene il contatto con la nave in difficoltà, alle 22.26 Schettino riferisce di avere «una via d’acqua aperta a bordo lato sinistro» e la capitaneria informa De Falco che due minuti dopo, non si capisce perché, ordina una nuova, superflua, attivazione dell’Ais (già attivato). Sulla mancata e/o maldestra consultazione del sistema satellitare gestito dalla Elmas di Pomezia («se fosse stato utilizzato come si doveva, facendo scattare l’allarme con l’avvicinamento all’isola - hanno detto i tecnici della società a Repubblica.it e poi alla Stampa - forse l’incidente della Concordia non sarebbe accaduto») gli inquirenti vogliono vederci chiaro. Così come sul mancato funzionamento del sistema «gemello» integrato radar «Vts» che - come evidenziato dal magazine il Punto - manda immediati «warning» alla prima sbandata di qualsiasi nave. Nelle indagini sull’Ais cieco e sulla pratica degli inchini al Giglio i pm toscani non nascondono l’imbarazzo per la presenza, nel pool investigativo, della stessa Capitaneria di porto. Già, perché al di là delle plateali e clamorose responsabilità di Schettino c’è da capire come mai la Capitaneria non abbia mai sentito il bisogno di intervenire, e sanzionare, i 52 «inchini» all’isola del Giglio, anche se Marco Brusco, comandante generale del corpo della Capitaneria, in Senato ha dichiarato che il «saluto da bordo» è una tradizione «non solo italiana» e «non vi è alcuna preclusione». Insomma, navigare sotto costa non è proibito ma come osserva il Foglio non dovrebbe esserlo nemmeno per i tanti diportisti che ogni estate vengono multati o privati della patente nautica per passaggi analoghi alla medesima distanza. Pure l’avvocato Giulia Bongiorno, difensore delle vittime, qualche dubbio comincia a porselo: «Voglio i nomi di chi tollera gli inchini».
E ancora. A Schettino si contesta la codardia per l’abbandono della Concordia e il mancato rientro sulla nave come intimato dall’eroe De Falco nella storica telefonata notturna il cui audio è stato diffuso in ambienti della Capitaneria proprio mentre Schettino era sotto interrogatorio, sputtanandolo in mondovisione e mettendo il gip in grande difficoltà. A verbale il comandante nega la fuga. Sostiene che in quelle condizioni lui non aveva alcuna possibilità di risalire e che con De Falco non si sono capiti, anzi, credo «non ci sia stata una benevola sinergia e incoraggiamento (da parte di De Falco, ndr) a fare qualcosa di diverso». A suo dire, insomma, De Falco invece di minacciarlo e di urlargli contro di «risalire dalla biscaggina», ossia la scala di corda da cui scendevano i passeggeri («cosa folle e impraticabile» secondo l’Unione sindacati capitani di lungo corso, poiché «avrebbe costretto l’interruzione del flusso dei naufraghi») poteva dirgli «un attimo comandante, ci sta l’elicottero, la faccio venire a prendere dalla guardia costiera» e la calo dentro. Una disperata strategia difensiva? Mica tanto a leggere il solito brogliaccio dell’ufficio di De Falco. Solo un quarto d’ora dopo la telefonata in cui lo stesso comandante-eroe ordinava al comandante-codardo la risalita su scala pena il carcere (ore 1.46), si richiede (ore 2.00) «alla prefettura di Grosseto di preparare una squadra di vigili del fuoco che dovrà essere calata sulla nave a mezzo elicottero». Troppi misteri. Perché l’eroe De Falco, dopo 12 telefonate «tranquille» dalle 22.14 alle 00.34 tra la sua Capitaneria e Schettino (quando l’irresponsabile comandante coordina comunque i soccorsi dopo aver salvato più di 4mila persone con una manovra disperata) improvvisamente alle 01.42, a quattr’ore e mezzo dall’incidente, usa toni perentori, beffardi («e che vuole andare a casa?») inspiegabilmente inquisitori («le faccio passare un’anima di guai»)?. Perché avverte che sta «registrando questa comunicazione»?. A che pro? A imperitura memoria tante volte, un giorno, qualcuno addossasse alla Capitaneria il devastante, letale, ritardo dei soccorsi?