Un buco di 4 anni fa? Colpa della Gelmini

Città modello, università modello. Bisogna solo capirsi sul modello. A Siena hanno sempre esibito il proprio ateneo come una gloria nazionale, con i suoi 768 anni di storia e con il primato qualitativo - certificato dal Censis - tra le università medie d’Italia (meno di ventimila studenti). Non troppo grande e non troppo piccola, sede nel bellissimo centro di una delle più belle città italiane: praticamente una bomboniera. Un gioiello di famiglia in quella terra baciata dal genio e dalla sana amministrazione che è la Toscana, dove notoriamente la politica è buona e gli amministratori virtuosi, dove partito e banca amica, il Monte dei Paschi, insegnano al resto d’Italia come si mandano avanti le cose per la gioia comune di popolazioni felici.
È anche per questo, per questo quadro idilliaco che da sempre viene riproposto alla platea generale, che adesso lo choc suona come uno schianto. Siena si sveglia dai bei sogni, bruscamente scossa dai sinistri scricchiolii della sua università modello. Complimenti all’Unità, che superando gli imbarazzi racconta tutto, per filo e per segno, in una pagina-verità (voto 8), tracciando un profilo della vetusta istituzione che non lascia molto spazio alle giustificazioni, e neanche tanto alle speranze.
Quasi 150 milioni di euro: questo l’abisso aperto sotto i piedi dell’università modello, cuore culturale della città, gestita da sempre con i criteri illuminati della parte giusta, e bla-bla, e bla-bla, e bla-bla. Come si sia arrivati a quasi 300 miliardi del vecchio conio non è neanche tanto difficile da spiegare.
Una prima spallata è del vecchio rettore Piero Tosi, a capo dell’università per dodici anni. Trenta milioni di euro il suo buco. Nel 2004 e nel 2005 non vengono neppure pagati all’Inpdap i contributi per i dipendenti.
Segue cambio di gestione. Arriva l’attuale rettore Silvano Focardi, ordinario di Ecologia (si ricordano le numerose spedizioni all’Antartide), nonché capitano della contrada Chiocciola. Cambia la guida, non cambiano le abitudini: anche nel 2006 e nel 2007, l’università di Siena non versa i contributi all’Inpdap, e in sovrapprezzo non versa nemmeno l’Irap.
Il conto attuale è da mani nei capelli, o da lametta ai polsi: tra arretrati, more e interessi, servono 90 milioni per l’Inpdap e 20 per l’Irap. A questi 110 vanno poi aggiunti i rossi con le banche, intorno ai 35 milioni. Totale: 145 milioni. Eppure, a giugno il bilancio risulta ancora in pareggio. Miracolo della città modello? No, semplici giochi di prestigio. Tra le altre amenità, pare siano scritti a bilancio crediti che nemmeno il mago Silvan riuscirà mai a recuperare.
Inutile specificare che adesso è un tripudio di carte bollate, di commissioni d’inchiesta, di torridi cda, di commissariamenti incombenti. Tutti vogliono chiarezza, tutti esigono che il fiore all’occhiello della città non finisca sotto una discarica di debiti. Per il momento, l’unica cosa che si è riusciti a inventare è una variazione di bilancio per pagare almeno gli stipendi fino a dicembre. Il resto è nelle mani della Provvidenza. Ne servirà una con il turbo e quattro ruote motrici.
Alle volte, le coincidenze. Anche a Siena avevano appena finito d’indignarsi per le vergogne di Catania, un Comune amministrato dagli incapaci del centrodestra che non aveva neppure più i soldi per accendere i lampioni. E pazienza se nel frattempo gli amministratori locali facevano i brillantoni con feste di piazza e mostre d’arte. Ecco, anche qui s’era appena finito di sfoggiare sarcasmo politico, quando esplode il caso università. Per la serie tutto il mondo è paese, per la serie siamo tutti un po’ Catania, si apre la voragine nei conti. Qui, ancora meglio: laggiù il buco di un’intera città è sui 700 milioni, a Siena basta una piccola università per toccare i 145. Complimenti al gestore, il locale tira da dio.
E non mancano eppure qui, tanto per tenere il raffronto, le perle del capitolo spese necessarissime: negli ultimi anni, l’università pagava 150mila euro annui d’affitto per tre appartamenti, totale 600 metri quadrati, dentro il leggendario Palazzo Chigi Zondadari, proprio su Piazza del Campo. Cosa vuoi: servivano ad accogliere una cinquantina di illustri ospiti durante le giornate del Palio, che si corre proprio lì sotto al davanzale. Vogliamo negare una finestra vista Palio all’eminente ospite? Vogliamo uscirne col braccino corto, proprio noi della prestigiosa università di Siena? Peccato, un vero peccato, che sia sempre denaro pubblico: l’università è statale, il buco è di tutta quanta la collettività. E non c’è Provvidenza col turbo che di questi tempi sia in grado di sanare certi deliri.
Fortunatamente, persino in un caso complicato e sanguinoso come questo è possibile individuare subito l’assassino. Si chiama Gelmini. E come no: ormai, se cade un intonaco del 1958 in qualche scuola italiana, la responsabilità è dell’odiosa Gelmini. Sia chiaro alla nazione: come titola L’Unità, «I debiti milionari e la Gelmini affondano l’Università di Siena» (per l’alta acrobazia, senza offesa, il voto scende di molto: 4). Il ragionamento è questo: come se non bastassero i debiti, l’ateneo dovrà adesso fare i conti col neo-ministro. Ovviamente con il blocco delle nuove assunzioni (cos’è, loro assumerebbero ancora?), ma soprattutto con la nuova possibilità che un’università pubblica passi a una fondazione privata. «Letale», viene definita l’eventualità.
Ora, per quanto poco simpatica possa essere la ministra, per quanto sgradevoli possano risultare le sue riforme, sostenere che sia lei il becchino dell’università di Siena suona abbastanza spudorato. Padronissimi di essere allergici al salvataggio privato, ma la storia è storia: quando nella splendida città sui colli scavavano il buco di 145 milioni, la Gelmini pettinava ancora la Barbie. Più o meno. No, come dimostrano tanti anni di gestione modello, a Siena non hanno alcun bisogno della Gelmini. Per mettere la pietra tombale sopra le glorie dell’università, sanno fare da soli.
Cristiano Gatti