Bucolica e romantica, è la regina di Valentino E Gaultier clona Amy

«A noi piace il sapore del tempo» dicono Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli poco prima di far sfilare per l'alta moda di Valentino della prossima estate la più moderna e convincente versione di Maria Antoinetta nei suoi momenti bucolici e privati al Petit Trianon. L'argomento è già stato trattato nel 2006 da Sofia Coppola nel film-capolavoro sull'ultima regina di Francia che ha rivoluzionato tutti i parametri della cinematografia storica.
Il talentuoso duo alla direzione artistica della maison ha fatto perfino di più: un'emozionante partita a rimpiattino tra passato e futuro, tra la grande tradizione della couture e l'evoluzione dell'anima femminile con tutte le sue affascinanti complessità. Così oltre alla scervellata regina che consigliava di mangiare le brioches se manca il pane, in questa magistrale collezione ci sono altre figure di donna ben più perverse come la contessa sanguinaria Erzbeth Bathory interpretata da Paloma Picasso nell'episodio più erotico del film «I racconti immorali di Borowczyk», oppure l'immarcescibile marchesa di Merteuil de «Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos» nella trasposizione cinematografica di Glenn Close. Ma abbeverandosi a questa monumentale fonte d'ispirazione che corrisponde al secolo dei lumi e comprende il pensiero filosofico di Jean Jacques Russeau, i due designer non perdono mai di vista il loro obbiettivo: fare vestiti semplicemente meravigliosi per la clientela più esigente del mondo.
Ecco quindi un semplicissimo abito bianco con tanto di coda che ha 800 metri di budellini montati a mano su piccole ruote per definire apparentemente senza sforzo la statuaria linea del modello. L'idea della bellezza bucolica nella più sofisticata e maliziosa versione che si possa immaginare viene data da una ricerca senza precedenti sui materiali: dal pizzo di cotone bianco che traspare sotto gli evanescenti veli plumetis a quel tessuto stampato, sfilato e rimesso in catena (si chiama infatti chain) per dare l'effetto acquerellato ai romantici disegni di rose, violette e quadrifogli. Questi ultimi compaiono addirittura sulla fodera di un fulminante cappottino che in passerella non viene aperto per mostrare l'assoluta perfezione del vestito in pizzo candido con ben 123 sfumature diverse del non colore per eccellenza. «Non lo facciamo vedere ma sappiamo che c'è e compone l'immagine di perversa innocenza su cui abbiamo lavorato» ammettono i due sistemando a quattro mani la lunga coda di un indimenticabile modello in organza a tralci di rose tagliato in sbieco davanti e con il grande drappeggio trattenuto sulla schiena da un'invisibile ricamo a punto smock. Assente più che giustificato il celebre rosso Valentino. «Ce ne siamo accorti solo alla fine - spiegano con quella rinfrescante franchezza che li rende adorabili - ma questa volta volevamo piuttosto enfatizzare il lavoro dell'atelier di piazza Mignanelli: abbiamo 40 sarte cresciute alla scuola del più grande couturier del mondo e tra loro ci sono perfino due ragazze di vent'anni». La conferma di quanto valga questo patrimonio definibile come cultura del fare arriva dall'amministratore delegato del marchio, Stefano Sassi, che dice: «Con la couture siamo tornati a livelli di vendita pre crisi, lo scorso anno abbiamo registrato un incremento dell'80 per cento facendo 160 capi su ordinazione». Anche per questo ci dispiace moltissimo dover bocciare senza appello la sfilata di Jean Paul Gaultier dedicata alla tragica figura di Amy Winehouse. I 41 modelli erano bellissimi, ma l'impianto del defilè con il coretto gospel che eseguiva dal vivo una brutta versione di brani come Rehab e la scelta di truccare e pettinare come la cantante scomparsa lo scorso luglio tutte le modelle compresi due travestiti, ci sembra a dir poco discutibile. Un talento visionario come quello di Gaultier può far parlare dei suoi impeccabili tailleur con la giacca dall'allacciatura sfalsata senza citare una povera ragazza che nella sua breve vita non è mai stata abbastanza sobria per abbottonarsi i vestiti come si deve. I bottoni come pretesto creativo e decorazione si ritrovano nei divertenti capi made to order della collezione artisanal di Margiela.
Debutta sulle passerelle di Parigi la designer turca Dilek Hanif, mentre il libanese Zuhair Murad s'ispira alla Sharon Stone del film Casino di Martin Scorsese per la sua alta moda dedicata al mercato mediorientale.