Budapest, i poliziotti miravano alla testa

Un’altra notte di battaglia nella capitale ungherese: il bilancio degli scontri è di 128 feriti e 60 ricoverati, sei gravi. E il contagio si estende all’intero Paese

Gianni Pennacchi

nostro inviato a Budapest

Un’alba livida si è levata ieri sulla capitale ungherese, coi fumi dei lacrimogeni ancora intensi che la leggera nebbia del Danubio non riusciva ad assorbire. L’ordine regna a Budapest, alle 9 del mattino tutte le strade erano state pulite e lavate, cancellati i segni più evidenti della guerriglia notturna, sgomberate le barricate fatte coi cassonetti e le inferriate. È una calma pesante quella che ora grava sulla città, lascia prevedere che prima o poi ci saranno nuove esplosioni, nuovi scontri e nuove proteste contro il governo della stangata economica e della rivoluzione ungherese. Ora Viktor Orban, l’ex premier e leader dell’opposizione, chiede un referendum popolare sulle misure economiche varate dal governo postcomunista di Ferenc Gyurcsány, insieme a un dibattito parlamentare sugli scontri che hanno insanguinato le celebrazioni del 23 ottobre 1956. Orban accusa il governo di «provocazione» e «violenza senza precedenti». Gyurcsány risponde elogiando l’«alta professionalità» della polizia, che «ha agito in difesa della maggioranza silenziosa. La previsione però è che ci saranno presto altre notti come questa»
La lunga notte di Budapest era iniziata coi fuochi d’artificio. Splendide cascate di stelle che illuminavano la notte di questo 23 ottobre, cinquant’anni esatti dopo quel giorno di libertà che diede il via alla rivoluzione ungherese. Erano le 9 di sera, l’ora di cena. Ma i botti e le esplosioni dello spettacolo pirotecnico si confondevano con quelli dei lacrimogeni e delle fucilate, non riuscivano a coprire le sirene dei gipponi né a smorzare il fumo acre che si levava dalle strade. I fiori di luce che esplodevano nel cielo buio, viola, rossi, turchesi, si riflettevano sul Danubio illuminando i tricolori dei dimostranti e i gipponi della polizia.
Pesante è il bilancio di questa lunga notte che grida vergogna al governo postcomunista, il quale ancora ieri mattina, per voce del primo ministro, elogiava la repressione demonizzando i manifestanti «vandali armati di zappe, coltelli e bombe molotov». Sì, l’ordine regna a Budapest… Ma alle 4 del mattino il bilancio era di 128 feriti e 60 ricoverati negli ospedali della capitale, sei dei quali gravi. A uno, un proiettile di gomma ha perforato l’occhio fermandosi nel cervello: è in fin di vita. Ad altri due i proiettili di gomma hanno trapassato il costato. Perché ovunque, negli scontri della guerriglia urbana che si accendeva e si spegneva nei grandi viali di Budapest, per poi sparire e riemergere a qualche isolato di distanza, la polizia aveva ricevuto l’ordine di mirare alla testa, non alle gambe come vorrebbero le pur pelose regole di civiltà. Proiettili di gomma (dice) a raffica e candelotti lacrimogeni a grappoli. Tra i feriti anche Mariusz Revesz, deputato dell’opposizione, colpito alla testa da un proiettile di gomma (dice) e steso a terra, preso a calci e manganellate dalla polizia che lo ha pestato sino all’ambulanza. La polizia aveva arrestato 108 persone, ma gli arresti sono continuati anche ieri sulla base dei filmati registrati dagli stessi agenti. I danni ammontano a circa 200 milioni di fiorini, poco meno di un milione di euro.
Nella notte è arrivata la notizia, diffusa da Mtv, la televisione pubblica (ma non confermata), di due vittime. Un uomo di 60 anni, colpito da infarto, e una ragazzina di 14 anni, colpita alla testa.
Era dal matttino che i manifestanti si misuravano con la polizia, ma a dar fuoco alle polveri è stata una vera e propria provocazione alla manifestazione celebrativa della rivoluzione indetta dall’opposizione all’Hotel Astoria. Famiglie, giovani e pensionati, una manifestazione tranquilla. Quando si è sciolta all’ora di cena, sulla Rakoczy utca è arrivata la polizia, e giù botte da orbi su grandi e piccini, senza distinzione. Si sono scatenate subito la furia giovanile e la guerriglia urbana. Da Budapest il contagio si è esteso all’intera Ungheria, e a Szombathely è stata data alle fiamme la sede del Mszp, il partito del premier.
Alle 23 i dimostranti avevano bloccato l’autostrada che porta all’aeroporto, la stazione ferroviaria era ferma e i binari occupati, sbarrati i tre ponti principali della città. Si spegnevano gli scontri sulla Dohany e si riaccendevano sulla Pétofi Sàndor, la polizia liberava il ponte Széchenyi e i dimostranti occupavano la Erzsébet.
A mezzanotte ancora migliaia di dimostranti si fronteggiavano con migliaia di poliziotti in assetto di guerra. Due fronti contrapposti e separati da un centinaio di metri di terra di nessuno sulla Kossuth Lajos. Fermi per ore, sono andati avanti così sino alle due e mezzo, i primi sventolando decine di tricolori, tutti col buco in mezzo come nel ’56, gli altri mostrando minacciosi gli scudi e i manganelli. I giovani gridavano «kommunistak tunjetek», comunisti andatevene, «Gyurcsány hazug», Gyurcsány bugiardo, «Gyurcsány takarodj», Gyurcsány vattene.
Speravano di riconquistare la piazza del Parlamento, dove avevano lasciato le tende e i bivacchi dai quali erano stati strappati la sera prima, affinché la cerimonia ufficiale con gli ospiti europei potesse svolgersi senza disturbo. Si era svolta così, infatti. Ma in un’atmosfera spettrale e allucinata, coi potenti isolati nel deserto più solitario. Un braccio di ferro logorante e concentrato ormai in prossimità del ponte, rotto ciclicamente da improvvise cariche della polizia con idranti e truppe a cavallo, raffiche di lacrimogeni e proiettili di gomma (dice). Quelli avanzavano a passo di corsa e gli altri si ritraevano, salvo riconquistare la posizione quando la polizia tornava sulla propria, trascinando a manganellate un malcapitato o due catturati nella sortita. E quelle bandiere che continuavano a sventolare incessanti, quasi irridenti…
Alle due e mezzo si è scatenato l’inferno dell’ultima carica, tutti insieme, gipponi, autocarri, cavalli e cavalieri con le sciabole sguainate a colpire di piatto, una tempesta di lacrimogeni e pallottole, l’onda armata si è lanciata contro i giovani pressoché inermi. La Kossuth lajos è stata sgomberata, l’accesso al ponte liberato. I dimostranti si sono ritirati al di là del Danubio, sulla riva di Pest. E i loro tricolori continuavano a sventolare, forti e irridenti.