Budda e gli alpinisti, non mettiamoli in croce

Rolly Marchi

La recente notizia di un Budda portato da quattro alpinisti anche simpatici e che ben conosco, Jacopo Merizzi, Mario Scarpa, Luca Maspes e Giovanna Novella, sulla cima del Pizzo Badile, storica montagna italosvizzera, ha avuto il suo meritato riscontro anche per quei sentimenti di sacralità e divino che da secoli sono parte integrante delle cime. Con questo Budda avvicinato a una croce e ad altri simboli che ricordano scalatori caduti, si è voluto dare un segno forte: quello di non insistere troppo su questa strada addirittura di liberare le vette di ogni testimonianza religiosa o quanto meno commovente. A questa realtà con la quale in buona parte concordo, ma non per le vecchie croci che simboleggiano il divino e quella ricerca di vicinanza a Dio che lo ha fatto sentire più vicino agli scalatori e anche magari più puri o soltanto contenti di essere molto più vicini all’eterno. Questa della sacralità delle cime non è una situazione soltanto italiana. L’ho avvertita personalmente in Sud America e in Nepal, e Mosè con le sue Tavole nel Sinai è inchiodato nella storia. I sentimenti vanno rispettati e i morti onorati. Ma si può fare bene nelle chiesette vicine ai rifugi o in un suggestivo cimitero come quello di Macugnaga, o ancora nelle rocce vicine al rifugio «12 Apostoli» nel gruppo di Brenta dove una domenica di ogni estate il ricordo degli sfortunati viene arricchito anche dalle sublimi voci canore del coro trentino della Sosat.
Questo eccesso di «religiosità» mi è vicino da sempre e per confermarlo mi permetto di trascrivere una mezza paginetta di un mio libro, Le mani dure, dove si legge che, dopo una ascensione sul mitico Campanile Basso di un lui e di una lei, trovatisi soli in vetta, prima si abbracciano, poi si baciano e avvertono subito anche qualcosa di più ma, sdraiatisi, l’uomo vede dietro alla testa della ragazza una targa con scritto: «A Santa Rita, che nei fulmini salvò la mia vita. Per grazia ricevuta...». L’uomo si sentì a disagio e propose alla compagna di spostarsi, ma rimessisi in posizione lui vide tra le pietre una piccola statua della Madonna vestita di bianco e celeste e le parole erano: «Il Cai di Gallarate alla Vergine Santa e protettrice». Un po’ più in là, a destra, emergeva poi l’immagine di un giovane di Vercelli «purtroppo privo di grazia ricevuta». «Siamo in un cimitero», disse il ragazzo. E dopo qualche minuto cominciò a prepararsi per la discesa a corda doppia.